1. Le principali strategie per migliorare le relazioni intergruppi:

R. 4De-categorizzazione, ri-categorizzazione, sub-categorizzazione.

2. Moscovici dice che la rappresentazione sociale:

R. 3.Fornisce significato al comportamento inserendolo in una serie di relazioni insieme a…

3. Il new look di Burner dice che:

R. 1.Il processo percettivo è psicologico e funziona secondo una dinamica top-down

4. L’approccio della psicologia evoluzionista:

R. 4.Esamina i diversi processi psicologici per come cambiano da una generazione all’altra

5. I 5 criteri di raggruppamento identificati dalla Gestalt:

R. 3.Vicinanza, Somiglianza, Simmetria, Continuità, Chiusura.

6.Il ruolo definisce:

R. 1.Le funzioni che un individuo svolge per il gruppo

status(è una posizione sociale che assumo in funzione delle mie caratteristiche e può cambiare in base alle regole del gruppo) e ruolo(è una funzione sociale che io svolgo all’interno del gruppo e può cambiare nel tempo rispetto allo status)

R. 3.La posizione che, nel corso del tempo, ciascun individuo assume all’interno del gruppo…(potrebbe essere giusta, leggere bene il testo perché tagliato nella foto)

7. Esistono 3 stili fondamentali di leadership:

R. 4.Democratico, autocratico, laissez-faire.

8. La Teorie della Dissonanza Cognitiva afferma che:

R. 1.Se non ci sono alternative possiamo cambiare il nostro atteggiamento iniziale.

9.Secondo il modello comportamentista:

R. 4.Le risposte dell’ambiente all’azione dell’individuo vengono definite “rinforzi”

10. Tajfel definisce l’identità sociale come:

R. 2.Quella parte dell’immagine di se che ciascuno ricava dalla consapevolezza delle proprie appartenenze.

11. Secondo il modello tripartito degli atteggiamenti essi sono:

R. 2.Cognitiva, Affettiva, Comportamentale.

12. Con l’espressione Emotional Labor riferita agli insegnanti:

R. 1.La regolazione emozionale e la dissimulazione richieste agli insegnanti nella relazione con gli altri.

13. Gli stressor si possono presentare:

-In unico momento, con conseguenze prolungate nel tempo.

-In modo ricorsivo o cronico

R. 3.Tutte le precedenti

-Nessuna delle precedenti

14. Tra i fattori di stress emergenti nel sistema scolastico italiano:

-I libri di testo adottati

-Gli aspetti ergonomici dovuti a sedie e cattedre

-Tutte le precedenti

R. 4.Nessuna delle precedenti

15. Il metodo di valutazione e gestione SPISAL-MIUR

-Propone un pacchetto formativo sul rischio stress e lavoro-correlato

-Propone strumenti di valutazione diversificati per insegnanti, amministrativi, collaboratoti, tecnici.

-Propone una griglie di raccolta di dati oggettivi, una check list e un questionario soggettivo.

R. 4.Tutte le precedenti

16. L’esaurimento emotivo:

R. Forte coinvolgimento e uso eccessivo delle risorse affettive, che esaurisce le energie per gestire attività e relazioni. (burnout nella risposta).

17. La ruminazione:

R. 3.Rievoca lo stressor amplificandone gli effetti negativi

18. Gli interventi di prevenzione primaria:

R. 4.Hanno lo scopo di intervenire sulle fonti ambientali e organizzative di stress.

19. Secondo il Modello Domande-Risposte, le richieste….

R. Comportano un dispendio di energie e quindi possono diventare stressor in assenza di adeguate precauzioni

20. Dal punto di vista organizzativo, lo stress lavorativo…

R. 1.Può riguardare ogni luogo di lavoro e ogni lavoratore

21. Uno stressor lavorativo è:

R. 1.Una caratteristica dell’ambiente organizzativo che può essere causa di stress.

22. I memi si dividono in :

R. 2.Veicoli, che trasportano il significato e replicatori che lo riproducono.

23. I garanti metapsichici sono:

R. 4.Miti, credenze, valori di una data cultura che danno identità all’individuo.

24. L’alternanza culturale secondo La Framboise:

R. 4.Permette all’adolescente di utilizzare entrambe le culture in funzione del contesto.

25. Il processo si soggettivazione:

R. 2.Permette all’adolescente un ruolo attivo nei confronti dei riferimenti affettivi e culturali appresi.

26. La personalità autotelica:

R. Capacità di sviluppare esperienza ottimale in situazioni e attività sempre nuove. Sviluppa competenza creativa. Costituisce un Sé più complesso e più forte.

Incentiva lo sviluppo e la complessificazione della cultura.

La personalità autotelica è quella grazie alla quale una persona compie gesti perché sono intrinsecamente gratificanti, piuttosto che per raggiungere obiettivi esterni gli individui caratterizzati da personalità autotelica sono più inclini allo stato di flow.

27. La motivazione intrinseca:

R. 1.E’ quella per cui noi agiamo in una situazione spinti unicamente dall’essere in quella situazione, senza altra ricompensa di tipo esterno.

28. Negli adolescenti di origine straniere il mandato transgenerazionale

R. 1.Si fonde e si confonde con il mandato migratorio dei genitori.

29. Il materialismo strumentale:

R. 3.Quello per cui il possesso di oggetti è il mezzo essenziale per scoprire e sviluppare scopi personali e sociali.

30. La percezione di un bilanciamento ottimale tra sfide e capacità è essenziale in primo luogo

R. Per evitare ansia e noia

31. Il flusso di coscienza è uno specifico stato di coscienza che….

R. 1.Si manifesta quando cognizione, emotività e motivazione funzionano in maniera interagente e integrata, rispondendo sia alle richieste provenienti dal mondo esterno sia a quelle del proprio mondo interno. Esperienza ottimale.


















I 4 livelli della psicologia: 1. il livello neurofisiologico e le funzioni di base (memoria, attenzione, percezione ...)(memoria, attenzione, percezione …); 2. Il Livello Individuale (personalità, Sé personale, identità …); 3. Il Livello dei Piccoli Gruppi (famiglia, amici, scuola, lavoro); 4. Il Livello dei Grandi Gruppi (nazione, cultura di appartenenza).


Le Aree Della Psicologia. • P. Generale: funzioni di base; universali; individuali

P. Sviluppo: Sé/identità/persona; età della vita; evoluzione psic. indiv.

P. Sociale: – Lavoro e organizzazioni. – Famiglia – Gruppi.

P. Clinica: Individuo, Famiglia, Bambino e Adol. Gruppo.

P. Ambientale & P. Culturale:  intersecano i precedenti livelli.

contemplano contemporaneam. I 4 livelli della psic.


P. Sociale. Aspetto emozionale/affettivo del funz. Psic.

Aspetto cognitivo/logico del funz. Psic.

Psic. Amb. & Cult. Hanno un quadro di lettura olistico: contemplano e mettono in relazione tra loro i 2 aspetti attraverso significati di ordine culturale.


Modello olistico di osservazione di Psicologia Amb. & Cult.

Tra psic. Generale e psic. Sociale. Sistema di personalità individuale → Comportamento quotidiano ed esperienza soggettiva → Sistema sociale


Psicologia sociale, ambientale, culturale. Le variabili in gioco:

Sistema ecologico. • Sistema di sussistenza (Primario=es.cibo e casa).

Le variabili in gioco: • Sistema socioculturale. • Sistema individuale. • Sistema interindividuale


La Psicologia Sociale crea una stretta connessione tra l’esperienza dell’individuo e lo sviluppo mentale. • La mente come principio ordinatore delle esperienze e delle intenzioni: l’origine sociale dei contenuti mentali deriva da Comunicazione e Cultura.

Mente apparato psichico, è l’insieme di tutti i contenuti del cervello, è come il maiale non si butta via niente cioè qualsiasi cosa assimilo in qualche modo influenzerà quello che verrà dopo. Cervello apparato fisico.


Evoluzionismo Darwiniano. • Basi biologiche del comportamento. • Tratti comportamentali come risultato del coping dei bisogni primari (sopravvivenza). • Darwinismo sociale

Psicologia evoluzionistica (relazione tra genetica e cultura).

Scuole psicologiche nascono negli anni 50, decidono un approccio di studio che per loro è quello migliore per comprendere la mente degli esseri umani. L’evoluzionismo nasce da Darwin che è un biologo e parte dall’idea che nel comportamento ci siano delle basi biologiche che danno delle competenze agli esseri umani che gli altri animali non hanno. Quindi gli esseri umani hannno nel loro comportamento delle basi biologiche, come la capacità di sviluppare un linguaggio e delle emozioni e di poterle comunicare. L’evoluzionismo darwiniano di avvicina alla psicologia generale classica, che l’essere umano ha una sorta di database con il quale è possibile sviluppare delle capacità. Poi il comportamento è un mix fra quello che è reso possibile dalle mie basi biologiche e il modo in cui affronto le avversità che incontro, es. sopravvivenza. Darwinismo sociale studia i comportamenti in funzione dell’evoluzione.


P. sociale: le principali scuole di pensiero del 1900 che hanno influenzato la psicologia sociale.

Psicoanalisi(Salute mentale) E Dinamiche Inconsce. • Dinamiche inconsce spiegano il comportamento quotidiano: –Dalla clinica alla psicologia sociale. •Pulsioni e meccanismi di difesa: –Es o Id(nucleo delle funzioni, parte egocentrica, ho bisogno di mangiare e subito, egoista, emotiva)-Io(adolescenza, elemento del controllo, cognitiva, costruzione sociale) –Superio(parte normativa valoriale che acquisiamo dalla famiglia e sistema sociale, ). –Inconscio(abbiamo assorbito ma inaccessibile al sistema cognitivo, comunicazione non verbale)-preconscio(a volte gli elementi inconsci passano in stato di consapevolezza(es.interpretazione dei sogni) e viceversa quindi rimossi dal conscio e vanno nell’inconscio)-conscio(consapevolezza di cosa stiamo facendo).

Psicoanalisi culturalista, . •Antropologia cognitiva.

Secondo la psicoanalisi il comportamento quotidiano delle persone è motivato dall’inconscio.

La psicanalisi è stata molto utile alla psicologia sociale.


Comportamentismo. •La mente come Black Box. •Pavlov e il condizionamento semplice (S-R).•Skinner e il condizionamento operante (S-O-R): – La funzione dell’apprendimento.

Comportamento come sommatoria di apprendimento e variabili intervenienti.

Mappe cognitive. •Schemi ambientali.

La maggior parte della nostra vita mentale è inconsapevole. Lo psicologo studia il comportamento perché ci da ragione di quello che succede nella mente.

La mente viene considerata una scatola nera che elabora delle informazioni producendo questo comportamento ma non è possibile avere uno studio.

Condizionamento semplice, di fronte a uno stimolo il mio animale avrà una determinata risposta. Condizionamento Operante, Skinner box, topolino dentro il labirinto e trova una vasca con il cibo e ci sono 2 pulsanti, con quello blu prende la scossa e con quello rosso può accedere al cibo. Il comportamento è la sommatoria degli apprendimenti dell’individuo.


Cognitivismo. • Rappresentazioni mentali (cfr Bruner) diventano oggetto di studio della psicologia. • Approccio della cognizione sociale. •Percezione di persone. •Stereotipi. •Schemi.

Euristiche.

Cognitivismo, approccio psicologico sviluppato dopo il comportamentismo, introduce il concetto del computer input -> processamento -> output



Gestalt. • Si oppone a strutturalismo, cognitivismo e costruzionismo. • Approccio fenomenologico: – La conoscenza non è una sommatoria di elementi ma un tutto unitario.

Approccio settoriale della scuola della psicologia, studiano la mente come un processo stadiale, secondo la scuola della Gestalt non è possibile studiare in maniera isolata tutte le singole funzioni del pensiero. Studiare l’individuo sempre all’interno del suo contesto per non travare dei falsi.


Gestalt: Kurt Lwin. Teoria Di Campo (ottica di sistema):

Qualsiasi fenomeno può essere compreso non in base a relazioni causali lineari ma come effetto di molteplici fattori interdipendenti che si influenzano a vicenda.

Zona di frontiera: traduzione in significato culturalmente condiviso e individualmente interiorizzato (cfr zona prossimale di sviluppo – Vygotskij)


Costruzionismo. • Wundt e la Volkerpsychologie: –Processi psichici elementari si possono

studiare con M. Sperimentale/basi fisiologiche (Struttralismo).

Processi mentali superiori si manifestano come strumenti di relazione sociale => contesto st/cult. Il mondo come costruzione condivisa e negoziata (che quindi non può essere conosciuto in maniera oggettiva – cfr Kant; Vygotskij) Il contenuto e la struttura del pensiero sono influenzati dall’ambiente.


Interazionismo. •L’assegnazione di significato come processo sociale. •Interazionismo simbolico (G.H. Mead): –Mente come processo sociale (esito della relazione tra persone e ambiente attraverso linguaggio e azione) (cfr Cole). –Attribuzione di significato dimostra la natura sociale della mente (cfr Bruner).

E’ necessario avere relazioni sociali per poter sopravvivere. Non possiamo comunicare. Conoscere il significato delle cose, e quindi riuscire a interagire in maniera sicura ed efficace nel contesto. Processo di costruzione narrativo del sé: la bambina da sola nella sua stanzetta raccontava gli avvenimenti di tutta la giornata.


Culturalismo. 1.I processi psicologici sono strutturati dalle interazioni sociali e dalla cultura intesa come significati condivisi e artefatti, definita nel tempo (storia) e nel luogo (geografia)

2.La cultura fornisce i processi di costruzione di senso e di strumenti per l’azione e ’interazione. E’ intesa come un processo dinamico che cambia con il variare di tempo, luogo, artefatti (oggetti

culturali) e attori (individui) (cfr Cole)

In funzione del contesto geografico ci sono situazioni diverse. Artefatto es la lingua, oggetti di cucina: tutte quelle cose che non si trovano in natura e quindi costruiti dall’uomo.

Considera che i processi psicologiche sono strutturati da una data cultura.


Percezione Del Mondo E Di Se’: Gestalt Percettive. • Gestalttheorie (teoria della forma): scuola di Berlino. • GESTALT: struttura organizzata, regolata da leggi: – Stioli ambientali vengono percepiti come una struttura organizzata, e non come insieme di parti. – Le proprietà del tutto non sono come la somma delle parti; le proprietà di una parte dipendono dal tutto.

Processo bottom-up0.

Gestalt scuola tedesca teoria della forma, Gestalt percettive e simbolica. La forma è più della somma delle parti. Noi tendiamo ad attribuire significato d’insieme. La proprietà di ogni singola parte dipende da come questa piccola parte è collegata nel tutto.


Gestalt Percettive. 5 criteri di raggruppamento: -Vicinanza. –Somiglianza. –Simmetria. –Continuità. –Chiusura. Sono i 5 criteri che permetto all’occhio umano di percepire delle realtà distinte come unità percettive. • Organizzazione figura-sfondo: se guardo la parte scura si vede un’immagine e se si focalizza la parte chiara si vede un’altra immagine.


Approccio Ecologico Gibson. •Stimoli ambientali sono fonti ricche di informazioni

sufficienti per la comprensione: –Elaborazione data-driven: guidata dall’ambiente.

Individuo riconosce e raccoglie le info da ambiente. Processo bottom-up0

Affordances: info contenute oggetti/ambiente che possono essere colte o meno da individuo.


Approccio Ecologico. • Percezione è necessaria per adattamento all’ambiente. – Adattamento della specie per la sopravvivenza (BIO): evoluzione filogenetica. – Adattamento individuale per raggiungere scopi/sodd. Bis. (BIO-SOC): apprendimento e esperienza Artefatto e psicologia

culturale.


New Look Bruner (nuova scuola Top-down). •Fenomenologia attiva: la rappresentazione di stimoli sensoriali è governata da processi di ordine superiore: –La cultura determina la forma (oggetto percepito). –La percezione è un processo psicologico (top- down). •Bruner e Goodman 1947: esperimento di percezione delle monete.


Percezione: Prime Impressioni. •Asch 1946: Modello Configurazionale: –L’insieme dei tratti di una persona contribuisce a formare un’impressione generale. –Al variare di un singolo elemento la configurazione cambia. –Gli elementi non hanno lo stesso peso (salienza bio e cult;

ordine di percezione …)


Percezione: prime impressioni. •interpretazione ecologica: –Studia le percezioni nel contesto. –Social affordances dipendono da relazione tra info amb. e caratteristiche individuali

Sovrageneralizzazioni: caratteristiche generali utilizzate in contesti inappropriati (es. pregiudizi e stereotipi). •Social cognition (Fiske e Neuberg): –Integrazione processi top-down e bottom up.


Percezione di se e del mondo. •Attribuzioni Causali: processi di inferenze sulle cause che guidano i comportamenti propri e altrui cultura come paradigma –Shweder. – Considerano prevalentemente processi cognitivi –pensiero. – Obiettivo: stabilire se i comportamenti derivano da caratteristiche stabili dell’individuo.


Attribuzioni Causali.

Da chi dipende il comportamento?Locus of Control: –Interno (individuo e ingrup). –Esterno (ambiente e outgrup).

Davis: –Libera scelta. –Effetti non comuni. –Desiderabilità sociale.

Kelley: modello della covarianza del LoC (considera insieme di fattori).

Bias ed Euristiche. •Errori di attribuzione: –Self serving bias. –Errore fondamentale di attribuzione (disposiz. Vs situaz.) cultura.

Es.Se Giovanni è un bravo studente media 8 e non ha fatto il compito la prof.ssa ci crede e dice non fa niente. Es. Ma se Giovanni non fa il compito ed ha la media del 5 ma ha avuto sul serio la gastrite, la prof.ssa non gli crede e gli assegna il doppio del compito.


Il sé. •Dalla percezione del mondo alla percezione di Sé: Me – Io – Sé. Come io nel mondo sociale mi muovo e cosa riesco a dimostrare nel territorio.

Livelli interegenti: -Fluire dell’esperienza (campo/gestalt)

-Interazionismo simbolico. -Fluire significati (narrazione). -Raccolta informazioni su di sé

-Vincoli socio-cult.


La Persona Come Totalità Dinamica. •Teoria di campo: C=f(P;A). •Forze = motivazioni, bisogni e obiettivi personali esigenze e struttura ambiente (sociale). •Centralità per lo studio del sé dei conflitti interpersonali e intrapersonali. •Riflessività: capacità di interrogarsi rispetto a sè (autoconsapevolezza). •Gestalt: –IO: Io reale. –SE’: Io fenomenico.


Il Se’ Come Schema. •Cognitivismo: aspetti cognitivi >IMP risp. Aspetti motivazionali, affettivi, personalità etc. •Sé ecologico e sé interpersonale. •Autoriflessività => sviluppo

Teorie Mente.

Schema Del Se’: pregnanza (di signif. e di freq.): –Maggiore accessibilità. –Organizzazione Intorno a stati interni. –Maggiore intensità emotiva


Sviluppi del Concetto di Sé. •>idiocentrico vs allocentrico (Triandis et al., 1995).

Sé indipendente e sé interdipendente.

Sé Referential: divis. Sé e ambiente (Landrine, 1992).

Sé Indexical: si forma e si definisce in relazione al contesto.


Sé e Cultura. •Sé: elementi universali(elementi di base), culturali(elementi di base sviluppate in una determinata cultura e idiosincratiche(si sono sviluppate alcune parti del se in un contesto culturale che altri non hanno vissuto) (esp. Soggettiva).

Sé si forma attraverso: – relazioni tra individui appart. stessa c.tà; – pratiche narrative;

relaz. con artefatti (CE); – agentività.


Sé e Cultura. • Sé indipendente e interdipendente. • Sé multipli: – Sé ideale(idea di persona che voglio essere). – Sé attuale(persona che io sono in questo momento storico orientata verso il sé ideale ma non ho ancora raggiunto.

Sé imperativo(persona che devo essere in certi contesti). –Sé possibili(all’interno dei media posso essere donna, uomo, o parlare solo di giardinaggio o della mia professione. –Sé fluido.

Sé saturo e fluttuante. Cioè manifesto solo un aspetto di me dipendente dal contesto.


Atteggiamenti e rappresentazioni sociali. Come valutiamo gli oggetti che costituiscono la nostra realtà quotidiana?

Cognitivismo/Positivismo: •Atteggiamenti. •Costruzionismo: •Rappresentazioni sociali.

Mobilitazione studentesca. in Belgio (aumento delle tasse di iscrizione all’università e gli studenti hanno fatto delle proteste che non portavano a nessun tipo di risposta per cui ad un certo punto una parte del gruppo ha portato la proposta sullo stesso piano fino a toccare l’aspetto economico non pagando la prima rata di iscrizione. Questa cosa non ha funzionato perché gli studenti non si sono poi mossi in maniera pratica non iscrivendosi quindi è andata a morire. Non ha funzionato perché la mobilitazione era un’azione di gruppo mentre non pagare la prima rata è un’azione singola e i singoli si sono spaventati perché poteva portare conseguenze.


Atteggiamenti(modalità in cui io manifesto un insieme di intenzioni emozioni rispetto a un qualche cosa. Es.sono entusiasta se penso che domani si parte per le vacanze). •Relazione tra atteggiamento e azione è indiretta. Mediata da: –Intenzione all’azione. –Efficacia percepita.

E’ possibile identificare stati mentali individuali legati all’azione. •Rilevanza degli atteggiamenti per molte aree ricerca PS (influenza sociale, dissonanza cognitiva...)


Atteggiamenti. Thomas e Znanieki 1918. “un processo della coscienza individuale che determina le attività reali o possibili nel mondo sociale”. •Legame causale tra atteggiamento e azione (legame causale e diretto). •Azione come attuale o potenziale. •Azione collega dimensione individuale e sociale.

Allport 1935. E’ uno stato di prontezza mentale e neurologica organizzato nel corso dell’esperienza, che esercita un’influenza direttrice o dinamica sulle risposte di un individuo a tutti gli oggetti e situazioni con cui è in relazione. •Visione individualistica del costrutto (neurologico).

Atteggiamento organizz. In base all’esperienza. •Influenza le risposte/azioni (no nesso causale)

modello tripartito degli atteggiamenti. •Componenti degli atteggiamenti: – Cognitiva.

Affettiva. – Comportamentale. •Strutture cognitive che organizzano in memoria (SCHEMI)

il collegamento tra rappresentazione e valutazione di un oggetto

Social Cognition. •E’ una valutazione connotata da valenza + o – e intensità

(coinvolgimento) vs un oggetto. • Forza e salienza. • Top down + bottom up. • Organizzati in modo bi-dimensionale


Atteggiamenti e Azione. •Influenza di: norme soggettive; controllo percepito;

efficacia percepita. •Azione, bersaglio, contesto, tempo. • Attegg. Prodotti di credenze individuali sulle conseguenze di un comportamento e le valutazioni di q.ste conseguenze

Attegg + norme = intenzione comportamentale. •Centralità autoefficacia percepita.

Centralità dissonanza cognitiva. •Teoria delle rappresentazioni sociali è inclusiva vs

Atteggiamenti. •Non studia atteggiamenti differenti vs stesso oggetto ma come significati diversi

sono costruiti e utilizzati.

La dissonanza cognitiva è una teoria della psicologia sociale per descrivere la situazione di complessa elaborazione cognitiva in cui credenze, nozioni, opinioni esplicitate contemporaneamente nel soggetto in relazione ad un tema si trovano in contrasto funzionale tra loro; Un individuo che attivi idee, o comportamenti, tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza cognitiva); al contrario, si verrà a trovare in difficoltà discriminatoria ed elaborativa se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti. Questa incoerenza è quella che produce, appunto, una dissonanza cognitiva, che l'individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico che essa comporta (ad esempio riduzione dell'autostima); questo può portare all'attivazione di vari processi elaborativi, che permettono di compensare la dissonanza (e ripristinare l'autostima).


Un'applicazione esemplificativa di tali processi si può avere, ad esempio, quando un soggetto che disprezza esplicitamente i ladri si trova a comprare un oggetto a un prezzo troppo esiguo per non intuirne la provenienza illecita. Per ridurre questa contraddizione, secondo Festinger, lo stesso individuo potrà, ad esempio, smettere di disprezzare i ladri (modificando quindi l'atteggiamento), oppure rifiutarsi di acquistare l'oggetto proposto (modificando quindi il comportamento).

Generalizzando, la dissonanza cognitiva può essere ridotta in tre modi:

  1. Producendo un cambiamento nell'ambiente;

  2. Modificando il proprio comportamento;

  3. Modificando il proprio mondo cognitivo (ovvero il sistema delle proprie rappresentazioni cognitive e delle loro relazioni funzionali interne).


Rappresentazioni Sociali. •Prodotto di un processo di valutazione sociale (elementi importanti e controversi del quotidiano). •3 aspetti: • contenuto; campo (relazioni); atteggiamento

(valutazione). •Quindi gli atteggiamenti sono rivolti verso un oggetto che non è dato naturale ma una rappresentazione soc.


Rappresentazioni sociali: una metateoria (Tajfel; Moscovici). •Oggetto di studio della psicologia sociale è lo spazio intermedio tra individuo e società (tra Sé, oggetto e altro)


Caratteristiche delle rappresentazioni sociali. •Negoziazione del significato dell’oggetto tra Sé e altro da Sé. •Fenomeni in continuo divenire tra continuità per razionalizzare le conoscenze) e cambiamento. •RS: oggetto che emerge dalla comunicazione e processo che consente la

comunicazione. •Frutto di un processo sociale, contribuiscono a costruire la realtà stessa

Scienza (Universo reificato): Formato acquisito dalla conoscenza è di tipo empirico e razionale. •sist. sociale (Universo consensuale): necessità di partecipare alla comunicazione soc. e a rendere compr. Realtà (senso comune; RS). •Reificazione => azioni strategiche X escludere altri. •Consensualizzazione => obiettivo comprens. dialogica


Genesi Rappresentazioni Sociali.

Caratteristiche dell’oggetto: –Problematico. –Contestuale. –Rilevante.

Processi che generano RS: –Ancoraggio (categorizzazione + denominazione). –Oggettivazione (Nucleo figurativo + naturalizzaz.).


Rappresentazioni sociali e psicologia dei gruppi. Genesi Rappresentazioni Sociali

Caratteristiche dell’oggetto: –Problematico. –Contestuale. –Rilevante. •Processi che generano RS: –Ancoraggio (categorizzazione+denominazione). –Oggettivazione (Nucleo figurativo + naturalizzazione).


Funzioni Delle Rappresentazioni Sociali. Interesse; equilibrio; controllo.

Symbolic coping: rendono familiare ciò che è estraneo inserendolo nell’insieme delle conoscenze pregresse.

Servono per generare coesione nel gruppo e gestire relazioni tra i gruppi

RS categorizzano => assegnano valore/posizione nelle relazioni di status => definiscono identità sociale e Sé.

RS guida il comportamento + fornisce significato al contesto del comportamento e quindi al comportamento stesso.


Approcci attuali. •Ginevra: Approccio socio-dinamico: –Ancoraggio come processo di

posizionamento nelle relazioni sociali –RS sono realtà oggettive ancorate a dinamiche relazionali => struttura.

Aix-en-provence: Approccio strutturalista (cognitiv):–studia relazioni e strutture interne a RS:

Cognemi. –Nucelo vs periferia. –Cognemi appart a RS diverse; nuclei di strutt.più complesse

Le Relazioni Nei Gruppi. •Mayo “Effetto Hartwone” vs taylorismo: Produttività dipende dalle dinamiche di gruppo. •Human relation movement. •Open offices.


La psicologia dei gruppi. Le Relazioni Nei Gruppi. •Mayo(psicologo sociale) “Effetto Hartwone” vs taylorismo: Produttività dipende dalle dinamiche di gruppo. •Human relation movement(basi all’attuale psicologia del lavoro). •Open offices(aumentano la produttività perché i dipendenti si sentono meno soli, e si vive la costante partecipazione e ci si sente più in competizione). La psicologia sociale ha iniziato a studiare la psicologia del lavoro e quest’ultima ha iniziato a studiare la psicologia dei gruppi. •LEWIN Th Campo: Il gruppo è una totalità dinamica fondata sull’interdipendenza delle parti => dinamiche sociali: –È una totalità. –Dinamico. Il mio agire in quel gruppo è influenzato dal fatto che mi trovo all’interno di quel gruppo.

Interdipendenza tra attori (e fattori). •Di compito. •Di destino. •Diverso da: –Aggregati.

Categorie sociali. –Le Bon: la psicologia delle folle

Sherif: •Il gruppo è una unità sociale; un insieme di individui in relazione di reciproca interdipendenza di status(è una posizione sociale che assumo in funzione delle mie caratteristiche e può cambiare in base alle regole del gruppo) e ruolo(è una funzione sociale che io svolgo all’interno del gruppo e può cambiare nel tempo rispetto allo status) e che possiedono un insieme definito di norme o valori condivisi che ne regolano il comportamento.


Bion e gli assunti di base. •Psicodinamica dei gruppi: –Gruppo di lavoro: leader; compito.

Gruppi di base. L’individuo proietta le parti di sé in conflitto tra loro.

Assunti di base(modalità di relazione sviluppate (organizzatori della vita di relazione e delle forme sociali) –Accoppiamento(tendenza di creare uno stato di fusione es. amica preferita e stanno sempre insieme). –Attacco-Fuga(conflittuali, partecipo ad un gruppo però litigo ma non affronto la situazione fino in fondo). –Dipendenza (una o più persone dipendenti l’una dall’altra).

Il gruppo statico è un insieme di persone che condividono status, ruoli, norme, comportamenti.

L’evoluzione Del Gruppo. •Levine & Moreland: Group socialization model. •3 processi:

Valutazione(quando entro in un gruppo io valuto il gruppo e il gruppo me). –Commitment(quanto riesco a partecipare al gruppo). –Transizione di ruolo(assestamento del proprio ruolo nel gruppo).

5 fasi: –Esame accurato => impegno reciproco => trans.ruolo. – Socializzazione => possibile trans.ruolo. –Mantenimento. –Ri-socializzazione: •Tran. Ruolo; •Ricordo.


Struttura, Ruoli, Status. Il ruolo definisce la posizione che, nel corso del tempo, ciascuno assume all’interno del gruppo (funzioni etc.): –Prodotto dalla negoziazione e nel tempo;

Ruolo consente prevedibilità comportamenti; –Ruolo vincola comportamento dei singoli;

Ruoli diversi in gruppi diversi; –Ruoli molteplici nello stesso gruppo; –Ruoli formali e informali.

Lo status (prestigio) è la posizione assunta nella gerarchia del gruppo. Determina il prestigio: –Dipende da valutazione consensuale dei membri e capacità; di proporre iniziative del singolo; – Definisce una gerarchia stabile e riconosciuta; –Può essere o meno legata ai ruoli. –Può dipendere da variabili bio/psico/sociali; –Si manifesta nella capacità di influenzare il gruppo e i comp. Dei singoli.


Le Norme. •Indicano comportamenti e atteggiamenti adeguati al gruppo (aspettative condivise);

L’individuo può avere riferimenti di norme di gruppi diversi; •Definiscono: –Grado di devianza (generale e soggettiva); –Sanzioni (recupero, ostracizzazione espulsione);

Norme sono connesse alle leggi ma divergono per: –Specificità dei contenuti; –Flessibilità;

Plasticità vs cambiamento; –Processi di condivisione sociale.

Sono funzionali al mantenimento del gruppo nel tempo e alla sua sopravvivenza (coerenza);

Nascono nell’interazione di gruppo e si evolvono con il gruppo; •Se introiettate sotto forma di valori guidano il comportamento individuale anche al di fuori del gruppo; •Definiscono chiavi di lettura del mondo (frames of reference) (Kaes: garanti metapsichici); •La relazione tra individuo e norme è influenzata da status e ruolo.


La leadership e le relazioni tra i gruppi. La Leadership. •Fenomeno Universale: modalità e struttura e funzionamento sono influenzate culturalmente.

Leader: > status; > influenza

Modello personologico: carisma: –Maggior fiducia in se stesso; –Maggior autostima; –Maggio re motivazione; –Maggiore stabilità emotiva; –Maggiore competenza.

Leadership come processo. •Modello transazionale.


Stili di Leadership: Autocratico(E’ molto funzionale nell’ottica pratica, distindue molto nell’ambito funzionale, si occupa dei rapporti con l’esterno mentre il gruppo lavora, si decide tra i membri il capo team); •Democratico(il leader pensa sia più interessante e utile prendere le decisioni concordandole con il gruppo, più funzionale ma si perde tempo nelle decisioni); •Laissez-faire(Il leader definisce il gruppo e poi da al gruppo tutte le responsabilità e lascia fare tutto al gruppo, funziona se il gruppo è buono e se i membri del gruppo sono competenti e hanno feeling tra di loro);

Centrato sul compito(organizzano le attività in funzione di determinati compiti);

Centrato sulle relazioni(organizzano le attività in base alle persone che comporranno il gruppo e alle attività dei singoli a cui sono più portate a fare); •Adesione normativa(il leader che viene attribuito ad un determinato gruppo per una determinata normativa, es. il prete); •Competenza(il leader in funzione delle sue capacità); •Legittimità(Es. Figlio del capo dell’azienda); •Idealizzazione(Un qualcosa che defisce il leader in funzione di alcune caratteristiche parziali che vengono considerate fondamentali).


Comunicazione nel Gruppo. •Zimbardo: prigione simulata; •Group think; •Comunità di pratiche. Simulazione di una prigione, un gruppo detenuti e un altro secondini, quando ai secondini vengono richieste azioni violente e immorali una volta che sono lontani dalla realtà esterna, iniziano a eseguire realmente quelle azioni che consideravano viole e immorali prima di entrare a far parte di questo esperimento.


Relazioni tra i Gruppi. Pregiudizio(ci permettono di stabilire relazioni verso gruppi sconosciuti) e stereotipi(cognitiva) ci accompagnano nella vita quotidiana e sono importanti per le appartenenze di gruppo.

Identità sociale (Tajfel). (Parte sociale che determina l’appartenenza al gruppo) •Categorizzazione: –Benefit cognitivi; –Benefit semantici; –Benefit comportamentali;

Aumento della pervasività: –Accentuazione percettiva (omogeneità/differenza).

Immagine di sé che ciascuno ricava dalla propria consapevolezza delle proprie appartenenze. •Autocategorizzazione; •Depersonalizzazione; •Favoritismo ingrup/outgroup (etnocentrismo); •Bias(tendenza) di similarità vs divergenza; •Bias di attribuzione idiosincratica

vs gruppale.

Comportamenti intergruppo. •Continuum tra relazione interindividuale e relazione intergruppo; •Sherif: campi estivi; •Tajfel: Gruppi minimi.


Pregiudizi e stereotipi. Violenza Strutturale (Farmer – Quaranta, 2006)

La distribuzione della sofferenza: cultura, storia, economia politica. •< Accesso alle risorse

=> < salute fisica, psichica e sociale; •Potere: Dominanti versus dominati; •Convergenza

simultanea di più assi psico-sociali e storici non favorenti.

Assi principali di violenza strutt: •Potere e genere; •Potere e differenza etnico-culturale;

Immigrazione e asilo (diritti civili); •Orientamento sessuale; •Povertà (<>); •> esposizione alla violazione dei diritti


Pregiudizi e steroetipi. Pregiudizio è un fallimento della nostra capacità di conoscere il mondo: bias dovuto alle euristiche; •Tendenza a vedere in modo sfavorevole outgroup

Atteggiamento: 3 componenti: –Cognitiva => stereotipo; –Emotiva (+ vs -);

Comportamentale => discriminazione


12 Registrazioni For24

Pregiudizio (Pdv Cognitivo). •Categorizzazione diminuisce liv. Complessità; •Processo euristico (< risorse cognitive, tempo); •Gruppo/categoria sociale => omogeneizzazione;

Funzionalità del processo di categorizzazione (filtro per esperienza) determina rigidità dello

stereotipo e resistenza al cambiamento; Profezia che si autoavvera

Pregiudizio (Pdv Socio-Costruzionista). •P&S sono prodotto di una pratica discorsiva, situata

culturalmente , radicata nel rapporto interpersonale, codificata in modelli culturali e specifiche forme linguistico-discorsive (non è proc. Individuale); •Ruolo fondante del linguaggio nella strutturazione dei processi psicologici & delle relazioni sociali: •Elogio del pettegolezzo (Mantovani); •Definisce la propria posizione in un sistema di relazioni ideologicamente connotato

Pregiudizio => distanza tra proprio mondo e modelli altrui

Il Caso Del Genere. •Aspettative di genere dipendono da insieme di: biologia; costruzioni sociali; stereotipi diffusi social. •Aspettative degli altri producono sollecitazioni e una complessiva organizzazione dell’interazione orientati a favorire risposta comportamentale attesa;

La dimensione automatica di stereotipi e pregiudizi:

Il priming semantico

Visibilita’ Del Pregiudizio. •P.manifesto: esprime ostilità diretta; • P.latente: esprime ostilità in forme compatibili con convivenza civile => linguaggio e pratiche discorsive;

Genere: linguaggio sessista; “Tu”; •Immigrati: Scuole materne; 2G


Strategie di miglioramento del contatto Intergruppi.

Processi di significazione (cognitivi) che Vanno nella direzione dell’aumento di Complessita’

De-categorizzazione/personalizzazione;

Ri-categorizzazione (ingrup comune, sovraordinato);

Sub-categorizzazione (outgroup);

Reazione: individualizzazione;

Mutua differenza intergruppi;

Categorizzazione incrociata (ridurre differenze tra gruppi senza ridurre percez. confini).

Intercultura. •Accentua aspetti problematici del rapporto tra diversi; •Valorizzare la relazione e l’equilibrio tra stabilità e esigenza di cambiamento; •Cultura realizza il proprio scopo/natura

Processuale;


MODULO 2

Benessere e stress degli insegnanti nell’organizzazione scolastica.

Allegato A del D.M. 616 del 10-8-2017

Obiettivi formativi relativi ai 24 CFU/CFA di cui all'art. 2

comma 4

Il candidato al concorso per l'accesso al percorso FIT dovrà aver acquisito conoscenze in relazione agli elementi di base del funzionamento psicologico, dei processi di sviluppo e di

adattamento delle studentesse e degli studenti, con attenzione ai processi psicologici-cognitivi e

affettivo/relazionali- coinvolti nel contesto scolastico e nel campo dell'apprendimento, dell'educazione, della partecipazione, del benessere scolastico e dell'orientamento scolastico/professionale. In particolare saranno oggetto di approfondimento (...) i processi psicologico-sociali, individuali e di gruppo che influenzano il funzionamento dei gruppi classe e delle organizzazioni scolastiche.

Obiettivi formativi relativi ai 24 CFU/CFA di cui all'art. 2 comma 4.

A tal scopo sarà utile per l'insegnante conoscere operativamente concetti quali (...) le relazioni interne al corpo docente e al personale scolastico (leadership, team building, assunzione di ruoli organizzativi, fattori di rischio e di protezione per il benessere lavorativo dell'insegnante).

Obiettivi del corso. Relativamente ai fattori di rischio e di protezione per il benessere lavorativo dell'insegnante il corso si pone l’obiettivo di:•Fornire i riferimenti teorici di base

Aumentare la consapevolezza degli insegnanti; •Delineare le risorse a disposizione per migliorare le condizioni di lavoro

Contenuti e materiali del corso. Aree tematiche affrontate: • Il contesto organizzativo scolastico; • Benessere e stress in ambito lavorativo; • Fattori di rischio e di protezione degli insegnanti; • Gli strumenti normativi a tutela dei lavoratori; • Buone pratiche organizzative per il benessere degli insegnanti.

L’organizzazione scolastica. •La scuola ha un ruolo istituzionale che la rende non sovrapponibile ad un’azienda; •Vi sono delle dinamiche organizzative che caratterizzano la scuola con specificità proprie del settore; •Esempi di insoddisfazione lavorativa per gli insegnanti: –Riunioni di lavoro; –Ambienti di lavoro e strumenti tecnologici; –Obiettivi di istituto; –Relazioni coi colleghi; –Relazioni con gli studenti; –Relazioni con i genitori.


Legami deboli. •Secondo Weick (1976) la scuola è un esempio di organizzazione caratterizzata da legami deboli, ovvero connessioni tra attori all’interno dell’organizzazione con un elevato livello di autonomia e identità. –Attività di insegnamento prettamente individuale a fronte di

una necessità di coordinamento tra pari; –Libertà di insegnamento a fronte del potere di indirizzo del dirigente scolastico; –Dirigente scolastico con alcuni poteri nella gestione del personale ma non nei canali di ingresso; –Gruppi di lavoro di insegnanti modalità efficace ostacolata dalla grande mobilità professionale; –Difficile bilanciamento tra autonomia dei singoli istituti e

necessità di armonizzazione nazionale.

Legami deboli e benessere organizzativo. •Le organizzazioni a legami deboli promuovono il

benessere se riescono a garantire un elevato livello di motivazione; •Sono organizzazioni estremamente impegnative per gli attori che le popolano in termini di richieste professionali, dunque hanno diversi elementi potenzialmente stressogeni.

Caratteristiche organizzative della scuola e fattori di stress emergenti

Composizione insegnanti demografica della popolazione: –Età media tra le più elevate in Europa; –Previsto un ulteriore invecchiamento; –Aspetto non strutturalmente critico ma da considerare; •Carichi di lavoro: –Aumento dei carichi; –Aumento di aggiornamento professionale. •Iniquità: –Retribuzione inferiore a profili equivalenti in altri settori; –Basso incremento di retribuzione in carriera; –Rottura del contratto psicologico.

Caratteristiche organizzative della scuola e fattori di stress emergenti. •Incertezza e instabilità professionale; •Aumentate difficoltà nella relazione con studenti-genitori; –Incremento di ansia di studenti e genitori per i risultati scolastici; –Studenti e genitori esprimono la propria soddisfazione e diventano potenziale fonte di denuncia. •Carico emozionale: –Alcuni elementi precedenti e la crescente complessità ed eterogeneità del contesto hanno aumentato le difficoltà del ruolo; –Emotional job. •Trasformazioni di settore: –Nuovi contesti normativi.


Definizione di stress. Viene definito come una reazione aspecifica dell’organismo a qualsiasi tipo di esposizione, stimolo e sollecitazione (Seyle, 1936). Condizione emotiva che si manifesta quando le persone percepiscono uno squilibrio tra le persistenti richieste avanzate nei loro confronti e le risorse a loro disposizione per far fronte ad esse; diventa un rischio per la sicurezza e la salute quando è prolungato nel tempo e può portare a problemi di salute mentale e fisica.

(European Agency for Safety and Health, 2000)

Lo stress come processo: stressor, strain, esiti.

Stressor sono caratteristiche dell’ambiente che ci circonda che rappresentano una minaccia (anche solo percepita) per l’individuo: •Fisici; •Legati ad un compito; •Legati al ruolo; •Sociali;

Relativi al cambiamento; •Relativi ad eventi traumatici; •Acuti o ricorsivi/cronici: la presenza o assenza dello stressor non è legata in modo univoco all’esperienza dell’individuo; •Valutati soggettivamente: possono essere sovrastimati o sottostimati, anche in base alle caratteristiche individuali o contingenti.

Strain. Manifestazioni fisiologiche: aumento della pressione arteriosa, alterazione del ritmo cardiaco, tensione muscolare, aumento di produzione di succhi gastrici. Manifestazioni psicologiche emotive: ansia, irritabilità, depressione, senso di disperazione, senso di impotenza

cognitive: difficoltà di concentrazione, di ricordare e memorizzare, di apprendere cose nuove, di prendere decisioni.

Manifestazioni comportamentali: abuso di sostanze, assunzione di alcoolici, aumento del consumo di sigarette, aumento dell’assunzione di cibo, maggiore incidentalità lavorativa o stradale, comportamenti antisociali.

Modello del carico allostatico:


Strategie di fronteggiamento. Le strategie di Adattamento (Coping skills) sono state teorizzate da Lazarus e Folkman (1984) e possono essere: Strategie focalizzate sul problema: l’individuo intraprende azioni dirette alla soluzione del problema, cerca informazioni o mette a punto un piano che faciliti la soluzione. Strategie focalizzate sulla salienza emozionale: la persona cerca di ridurre le reazioni emotive negative, ad esempio sminuendo le conseguenze della situazione.

Strategie focalizzate sugli altri: la persona cerca il contatto con individui che possano fornire elementi di supporto. Strategie focalizzate sulla risposta individuale: come distrarsi, cercare conforto, attivare emozioni positive.

Esiti

Eustress. Alterazione dell’omeostasi individuale con funzione adattiva: stimoli ambientali spingono l’individuo, capace di risorse, ad un cambiamento.

Il “clima organizzativo” di una società, degli ambienti di lavoro, delle famiglie, del microcosmo che ci circonda può favorire o ridurre il numero e l’intensità dei fattori “stressogeni”, la maggior parte dei quali sono positivi ed essenziali per aumentare le nostre conoscenze e competenze.

Distress. Alterazione negativa dell’omeostasi che ha luogo nell’individuo a fronte di stressors eccedenti la capacità di farvi fronte.

Quando specifiche situazioni problematiche si presentano troppo spesso ed hanno caratteristiche di eccessiva difficoltà, oppure persistono nel tempo allora questo “stress” (reazione a esposizioni, stimoli, sollecitazioni) assume caratteristiche negative.


Stress e malattia. Lo stress non è una malattia ma un sistema di adattamento psicofisiologico che riveste un ruolo centrale quando cambia il contesto. •Può causare problemi di salute mentale e fisica se si manifesta con intensità e perdura nel tempo.


Definizione di stress in ambito lavorativo. Reazione fisiche ed emotive dannose che si manifestano quando le richieste lavorative non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore. (NIOSH, 1999). La reazione cognitiva, emotiva, comportamentale e

fisiologica ad aspetti avversi e nocivi del contenuto, dell’ambiente e dell’organizzazione del lavoro. È uno stato caratterizzato da livelli elevati di eccitazione ed ansia, spesso accompagnati da senso di inadeguatezza”. (Guida sullo stress legato all’attività lavorativa, 1999)


Lo stress come processo. Stressor lavorativi – il contesto del lavoro. Potenziali fonti di stress particolarmente significative sono: •gli ambiti legati a cultura e funzione organizzativa

(problemi legati alla comunicazione, scarsi livelli di sostegno e assenza di obbiettivi professionali), •ambiguità nella definizione della carriera professionale e del ruolo all’interno dell’organizzazione, •mancanza di autonomia relativamente alle responsabilità assegnate, •rapporti interpersonali sul luogo di lavoro.

Stressor lavorativi – il contenuto del lavoro. Potenziali fonti di stress particolarmente significative sono: •orari di lavoro particolarmente pesanti, anche per esempio sui turni, •carichi di lavoro eccessivi, •organizzazione del lavoro inadeguata rispetto alle competenze professionali, •carenze infrastrutturali del luogo di lavoro, come ad esempio scarsa illuminazione, temperature disagevoli, scarse condizioni igieniche, spazi insufficienti

Fattori di rischio in ambito scolastico. Aspetti sociali e culturali (Di Pietro & Rampazzo, 2012): •Percezione del ruolo dell’insegnante nella società; •Sfiducia nell’istruzione pubblica.

Aspetti politici e di settore (Zurlo, Pes, Capasso, 2007): •Evoluzione normativa; •Livello retributivo; •Precarietà. Condizioni lavorative (Griffith, Steptoe & Cropley, 1999; Zurlo et al., 2007): •Comportamento degli studenti; •Relazioni coi colleghi; •Qualità degli ambienti di lavoro (es. aule); •Qualità degli strumenti didattici; •Composizione quantitativa dei gruppi aula.

Organizzazione del singolo istituto(Zurlo et al., 2007): •Qualità comunicazione; •Burocrazia; •Definizione orari; •Aggiornamento professionale

Esiti lavorativi.

Gli esiti individuali

Gli esiti organizzativi. •Calo della produttività; •Alto grado di assenteismo; •Conflitti interpersonali frequenti e poco spirito collaborativo; •Lamentele dei lavoratori con conseguente ripercussioni sul clima lavorativo; •Alto tasso di ricambio del personale e quindi avvicendamento; •Incidenti sul lavoro causati dalla scarsa concentrazione nello svolgimento delle funzioni; •Presenteismo, ovvero quando il lavoratore è presente ma non rende al massimo del suo potenziale.

Il modello domande-risorse.

Domande lavorative: l’insieme di fattori organizzativi, sociali, fisici o psicologici che definiscono l’attività lavorativa richiedendo determinati sforzi alla persona. Possono diventare stressor, ma non lo sono per definizione.

Risorse lavorative: l’insieme di fattori organizzativi, sociali, fisici o psicologici che definiscono l’attività lavorativa, diminuendo il peso delle domande lavorative, agevolando il raggiungimento degli obiettivi, o incentivando la crescita individuale.

Work engagement: stato positivo e strutturale di dedizione e coinvolgimento nei confronti del proprio lavoro.

Burnout: condizione di esaurimento emotivo associato alla mancanza di motivazione lavorativa.


Il modello domande-risorse


Il burnout e lo stress.



La sindrome del burnout. Stress cronico nella quale sono compresenti tre elementi (Maslach 1982): •Esaurimento emotivo: forte coinvolgimento e uso eccessivo delle risorse affettive, che esaurisce le energie per gestire attività e relazioni. •Depersonalizzazione: distacco dalla relazione con la persona a cui si rivolge il ruolo professionale, tramite un processo di deumanizzazione; Ridotta efficacia personale: vissuto di incompetenza

personale e inutilità professionale, in particolare rispetto alla capacità di aiutare i destinatari delle

proprie competenze professionali.

Helping professions: medici, infermieri, assistenti sociali, psichiatri, psicologi

High touch professions: insegnanti, avvocati, poliziotti, vigili del fuoco

Può colpire tutti i contesti lavorativi, ma in modo particolare quelle professioni caratterizzate da una relazione affettivamente significativa.


Il burnout e gli insegnanti. Professione di insegnante: •Richieste emotivamente elevate; •Richieste frequenti; •Richieste prolungate nel tempo; •Emotional labor; •Percezione sociale del ruolo. I fattori stressogeni si ripresentano come elementi chiave nell’insorgenza del burnout.


Il burnout e la diagnosi.


Il burnout e i fattori predisponenti. Individuali: •Anzianità lavorativa (fattore di rischio o fattore di protezione?); •Personalità (sensibilità al distress e mancanza di comprensione e cooperatività); •Motivazione (aspettative professionali idealistiche); •Poca flessibilità (mancata apertura al cambiamento). Organizzativi: •Struttura e stili gestionali (es. carico di lavoro eccessivo, pressione temporale); •Sviluppo di carriera e ruolo (es. ambiguità).

Culturali: •Cambiamenti societari; • Sentimenti comunitari.


Segni e sintomi del burnout (Cherniss 1980, 1983). Somatici: tachicardia, cefalee, nausea, insonnia, dermatite. •Psicologici: depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, rabbia e risentimento, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, negativismo, isolamento, sensazione di immobilismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti. •Aspecifici: irrequietezza, senso di stanchezza ed

esaurimento, apatia, nervosismo, disinvestimento lavorativo.


Diagnosticare il burnout. Sono diffusi diversi strumenti per la misurazione del burnout (es. Krinstensen et al., 2005; Maslach e Jackson, 1981; Santinello, Altoè e Verzeletti, 2006), che

differiscono per: •Ambito professionale di applicazione (specifico o generico); •Fattori sottostanti al costrutto; •Numero di domande; •Modalità di risposta; •Contesti culturali di validazione.

Prevedono soglie specifiche per il riconoscimento di burnout e della relativa gravità.


Diagnosticare il burnout? Le caratteristiche degli strumenti esistenti pongono una

serie di interrogativi: •Il campione di un altro paese è comparabile a quello italiano?

Per quanti anni un campione di riferimento resta valido? •Un campione che non include insegnanti è applicabile a questi ultimi? •Il burnout è sovrapponibile ad altri disturbi (es.depressione)?


Gestire il burnout. •L’obiettivo dei riferimenti individuati dalla letteratura non deve essere il raggiungimento di una diagnosi esatta; •È più utile usare tali conoscenze ai fini dell’individuazione di sintomi riconducibili a questa condizione nell’ottica della gestione.

L’individuazione precoce di segnali di allarme e la pianificazione di misure di intervento in grado di prevenire il malessere sono gli obiettivi organizzativi principali.


Rischio stress lavoro-correlato: contesto normativo.

Accordo Europeo 8 ottobre 2004, punto 3. «Lo stress è uno stato che si accompagna a malessere e disfunzioni fisiche, psicologiche e sociali e che consegue dal fatto che le persone non si sentono in grado di superare i gap rispetto alle richieste o alle attese nei loro confronti».

Guida allo stress legato all’attività lavorativa della Commissione Europea,

1999. «La reazione cognitiva, emotiva, comportamentale e fisiologica ad aspetti avversi e nocivi del contenuto, dell’ambiente e dell’organizzazione del lavoro. È uno stato caratterizzato da livelli elevati di eccitazione ed ansia, spesso accompagnati da senso di inadeguatezza».

Organizzazione Mondiale Sanità, 1986. «Interazioni tra contenuto del lavoro, gestione ed organizzazione del lavoro, condizioni ambientali ed organizzazione da un lato e competenze ed esigenze dei lavoratori dipendenti, dall’altro».

Agenzia Europea per la Salute e Sicurezza sul Lavoro - Factsheet 22: Work-related stress, 2002. «Work- related stress is experienced when the demands of the work environment

exceed the worker’s ability to cope with (or control) them».

Salute

D.Lgs. 106/09, art 2. «Stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non

consistente solo in un’assenza di malattia o di infermità»

O.M.S. 1948. «Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la

semplice assenza dello stato di malattia o di infermità»

Valutazione dei rischi. Processo che valuta la natura e la probabilità di effetti negativi sulla

salute umana a seguito dell’esposizione a uno o più fattori di stress (WHO, 2005). Tale valutazione ruota attorno a due fattori chiave, probabilità e danno, che vanno individuati con precisione per poter impostare al meglio le azioni correttive, che seguono le fasi di valutazione e di identificazione dei rischi (Briner e Rick, 1999). Se si pongono i due fattori su una matrice a doppia entrata, è possibile “stimare” il rischio, attraverso una formula secondo cui il rischio

rappresenterebbe il prodotto della probabilità che un determinato evento si verifichi e il potenziale danno che ne potrebbe derivare.

Valutazione dei rischi. Tale formula rappresenta uno strumento quantitativo applicabile

a fattori direttamente osservabili ma rispetto ai rischi di tipo psicosociale, ove i concetti di pericolo, danno e rischio non sono nettamente distinguibili (Rick e Briner, 2000) diventa più

difficilmente adottabile.

Rischi psicosociali: aspetti di progettazione, organizzazione e gestione del lavoro, nonché i contesti ambientali e sociali, in grado di causare direttamente o indirettamente dei danni fisici o

psicologici, conducendo il lavoratore al singolo infortunio o ad una malattia professionale (Cox, Griffiths e Rial-González, 2000).

Riferimenti normativi. Fonti normative di riferimento: •Accordo Europeo del 8 ottobre 2004.

Decreto Legislativo 81/2008 del 9 aprile 2008. •Lettera circolare Ministero del Lavoro del 18 Novembre 2010.


Accordo Europeo 8 ottobre 2004. Art. 1 – Introduzione. Potenzialmente lo stress può riguardare ogni luogo di lavoro ed ogni lavoratore indipendentemente: •dalle dimensioni dell’azienda, •dal settore di attività, •dalla tipologia del contratto o del rapporto di lavoro.

Ciò non significa che tutti i luoghi di lavoro e tutti i lavoratori ne sono necessariamente interessati.

Art. 2 – Finalità. •Accrescere la consapevolezza e la comprensione dello stress lavoro correlato

da parte dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei loro rappresentanti, e attirare la loro attenzione sui segnali che potrebbero denotare problemi di stress lavoro-correlato.

Offrire ai datori di lavoro ed ai lavoratori un quadro di riferimento per individuare e prevenire o gestire problemi di stress lavoro-correlato. Non è, invece, quello di attribuire la responsabilità dello stress all’individuo.

Art. 3 - Descrizione dello stress e dello stress lavoro-correlato. Lo stress è una condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle

richieste o alle aspettative riposte in loro. L’individuo è assolutamente in grado di sostenere una esposizione di breve durata alla tensione, che può essere considerata positiva, ma ha maggiori difficoltà a sostenere una esposizione prolungata ad una pressione intensa.

Lo stress non è una malattia, ma una situazione di prolungata tensione può ridurre l’efficienza sul lavoro e può determinare un cattivo stato di salute. Lo stress che ha origine fuori dall’ambito di lavoro può condurre a cambiamenti nel comportamento e ad una ridotta efficienza sul lavoro.

Non tutte le manifestazioni di stress sul lavoro possono essere considerate come stress lavoro-correlato. Lo stress lavoro correlato può essere causato da fattori diversi come il

contenuto del lavoro, l’eventuale inadeguatezza nella gestione dell’organizzazione del lavoro e dell’ambiente di lavoro, carenze nella comunicazione, etc..

Art. 4 - Individuazione di problemi di stress lavoro-correlato. A causa della complessità del fenomeno, l’accordo non intende fornire una “lista esaustiva” dei potenziali indicatori di stress. Ne individua tuttavia alcune tra le più frequenti manifestazioni: •alto tasso di assenteismo; •elevata rotazione del personale; •frequenti conflitti interpersonali; •lamentele da parte dei lavoratori. •eventuale inadeguatezza nella gestione dell’organizzazione e dei processi di lavoro (orari di lavoro, grado di autonomia, corrispondenza tra le competenze e requisiti professionali, carichi di lavoro); •condizioni di lavoro e ambientali (esposizione a comportamenti illeciti, rumore, calore, sostanze pericolose); •comunicazione (incertezza in ordine a prestazioni richieste, a prospettive di impiego, …); •fattori soggettivi (tensioni emotive o sociali, sensazioni di inadeguatezza, …).

Art. 6 - Prevenire, eliminare o ridurre i problemi di stress lavoro-correlato.

Adozione delle misure necessarie a: •prevenire; •eliminare; •ridurre.

Obbligo incombente sul datore di lavoro: Ruolo di partecipazione/collaborazione dei lavoratori e/o rappresentanti.

Misure collettive, individuali o di entrambi i tipi, possono includere:•Gestione/comunicazione

Formazione dirigenti/lavoratori; •Informazione/consultazione dei lavoratori e rappresentanti (ex lege o contratti collettivi).


D.L. 81/2008 del 9 aprile 2008. Art. 2 Definizioni. Comma 1, lett.o) «Salute: stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o di infermità». Comma 1, lett.q) «Valutazione dei rischi: valutazione globale e documentata di tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestano la propria attività, finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e di

protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza». Indica le funzioni riguardanti le attività di informazione e formazione precisando l'obbligo di frequenza ai corsi di formazione in materia di prevenzione e protezione dei rischi, che devono riguardare più specificatamente i rischi di natura ergonomica e da stress lavoro-correlato.

Art 28 - Oggetto della valutazione dei rischi. 1. La valutazione di cui all'articolo 17, comma 1, lettera a)… deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell‘Accordo Europeo dell'8 ottobre 2004, e quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 26marzo 2001, n. 151, nonché quelli connessi alle differenze di genere, all'età, alla provenienza da altri Paesi. Comma 2, lett. a): «Il documento... deve contenere... una relazione sulla valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa, nella quale siano specificati i criteri adottati per la valutazione stessa». Inoltre, precisa che la valutazione dello STRESS LAVORO CORRELATO deve essere effettuata secondo i contenuti dell’Accordo Europeo dell’8 ottobre 2004.


Rischio stress lavoro-correlato: Norma e metodologia INAIL. Riferimenti normativi e metodologici. Fonti normative di riferimento: •Accordo Europeo del 8 ottobre 2004.

Decreto Legislativo 81/2008 del 9 aprile 2008. •Lettera circolare Ministero del Lavoro del 18 Novembre 2010.

Buone pratiche: •La metodologia per la valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato.


Lettera circolare Ministero del Lavoro 18/11/2010.

Il 18 novembre 2010 sono state emanate dalla Commissione Consultiva le indicazioni metodologiche relative alla valutazione del rischio stress lavoro-correlato.

1.Quadro norm.di riferim. 2.Definizioni. 3.Metodologia. Disposizioni transitorie e finali.

Il documento indica un percorso metodologico che rappresenta il livello minimo di attuazione dell’obbligo di valutazione del rischio stress lavoro correlato per tutti i datori di lavoro pubblici e privati.

Lo stress lavoro correlato viene descritto all’art. 3 dell’Accordo Europeo dell’ 8 ottobre 2004

La valutazione del rischio da stress lavoro correlato è parte integrante della valutazione dei rischi e viene effettuata (come per tutti gli altri fattori di rischio) dal datore di lavoro avvalendosi del

Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) con il coinvolgimento del Medico Competente (…) e previa consultazione del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). È quindi necessario preliminarmente indicare il percorso metodologico che permetta una corretta identificazione dei fattori di rischio da stress lavoro-correlato, in modo tale che da tale identificazione discendano la pianificazione e realizzazione di misure di eliminazione o, quando essa non sia possibile, riduzione al minimo di tale fattore di rischio.

La valutazione prende in esame non singoli gruppi ma gruppi omogenei di lavoratori (per es, per mansioni o partizioni organizzative) che risultino esposti a rischi dello stesso tipo che ogni

datore di lavoro può autonomamente effettuare in ragione dell’effettiva organizzazione aziendale.

Gruppi omogenei di lavoratori, insieme di lavoratori caratterizzati da:

Fattori analoghi di CONTENUTO DEL LAVORO (ambiente di lavoro, carichi e ritmi di lavoro, orario di lavoro e turni, ecc.);

Fattori analoghi di CONTESTO DEL LAVORO (ruolo nell’ambito dell’organizzazione, autonomia decisionale, evoluzione e sviluppo di carriera, ecc.).


La valutazione si articola in due fasi: •una necessaria (preliminare); •l’altra eventuale (approfondita), da attivare nel caso in cui la valutazione preliminare riveli elementi di rischio da stress lavoro correlato e le misure di correzione adottate a seguito della stessa, dal datore di lavoro, si rivelino inefficaci.

La valutazione preliminare consiste nella rilevazione di indicatori oggettivi e verificabili, ove possibile numericamente apprezzabili, appartenenti quanto meno a tre distinte famiglie:

Eventi sentinella; •Fattori di contenuto del lavoro; •Fattori di contesto del lavoro.

In questa prima fase possono essere utilizzate liste di controllo che consentano una valutazione oggettiva, complessiva e, quando possibile, parametrica dei fattori che precedono. In relazione alla valutazione dei fattori di contesto e di contenuto di cui sopra occorre sentire i lavoratori e/o i RLS/RLST. La valutazione approfondita consiste nella raccolta e analisi di indicatori soggettivi : •Finalizzata alla valutazione della “percezione soggettiva” dei lavoratori;

Da attuare attraverso questionari, focus group, ecc.; •Nelle azienda di maggiori dimensioni tale fase può essere realizzata tramite un campione rappresentativo di lavoratori.

Linee guida INAIL 2017. Il percorso proposto (…) offre un processo dinamico e continuo che, a partire dall’identificazione e misura/stima del rischio, identifica le risorse, le strategie e le azioni essenziali a correggerlo, governarlo e prevenirlo. L’adozione del percorso completo richiede presumibilmente tra i 12 e i 24 mesi, a seconda sia della complessità aziendale che del tempo richiesto affinché gli interventi implementati possano produrre effetti e risultati apprezzabili. È necessario, in ogni caso, considerare il carattere ciclico del percorso

metodologico e (…) la necessità di effettuare una nuova valutazione due/tre anni dopo l’ultima effettuata.



Linee guida INAIL 2017


Le misure di intervento.

Valutazione e gestione del rischio





Interventi organizzativi. La proposta SPISAL-MIUR:

Costituzione del Gruppo di Valutazione.

Raccolta dei dati oggettivi es. sanzioni disciplinari; infortuni; assenze dal lavoro

Applicazione della check-list sui dati oggettivi es. ambiente: microclima delle aule; rumore

contesto del lavoro: dirigente scolastico ascolta il personale; richieste perorario considerate

contenuto del lavoro insegnanti: coerenza criteri valutazione; formazione classi condivisa

pers. amministrativo: mansioni ben definite; software adeguato; pers. ausiliario: quantità lavoro prevedibile; strumenti adeguati; pers. tecnico: mansioni ben definite; multitasking.

Strumenti gestionali.

Questionario soggettivo: dati generali, ambiente, contesto, contenuto

caratteristiche del lavoro, suggerimenti.

Pacchetto formativo: contenuti teorici, valutazione Stress Lavoro Correlato, discussione, segnalazione misure.


Interventi individuali: Cogntive Behavior Therapy.


La ruminazione.



La ruminazione è un processo più frequente per le professioni caratterizzate da lavoro mentale.

Le Cognitive Behavior Therapy migliorano la consapevolezza del ruolo di pensieri e emozioni. nella gestione dei problemi, aumentandone l’efficacia. •CBT: pensare a cosa si pensa; trappole mentali; strategie comportamentali.

Cognitive Behavior Therapy=La psicoterapia cognitivo-comportamentale, anche chiamata terapia cognitivo-comportamentale è un termine ombrello con cui si indica una famiglia di psicoterapie ampiamente diffuse, che vengono utilizzate per trattare un'ampia gamma di disturbi psicopatologici.


Modulo 3. Psicologia applicata. Il significato nascosto degli oggetti. Artefatto Culturale (Oggetto per come viene interpretato dal sistema culturale). Psicologia culturale.

Fig. 1.1: Il triangolo standard della mediazione semantico-culturale (Vygotskij 1934 primo psicologo culturale. Noi non abbiamo la possibilità di conoscere la realtà in quanto tale perché nasciamo e siamo inseriti all’interno di un contesto culturale e quest’ultimo trasforma la realtà e la rende gestibile dal gruppo).

Artefatti e mediazione culturale. Artefatto: tutto ciò che non è presente in natura ed è costruito dall’uomo in base alla cultura che ci propone.

-Contiene e veicola i significati; Dawkins (cfr p.evoluzionistica): memi(replicare per imitazioni): Geni e memi: replicatori di informazione: Fedeltà di copiatura; Fecondità; Longevità(sia i geni che i memi dvono sopravvivere il tempo necessario per essere riprodotti); Memi veicoli(riproduce e trasporta i significati culturali al di fuori della mente delle persone es. bibbia, corano) e memi replicatori(e riprodurre in maniera costante lo stesso contenuto es.cd rom, libro) (doppia funzione).

Necessità dell’investimento di energia psichica degli individui per mantenersi ed evolversi (Doppio statuto): entropia(tendenza degli oggetti non animati ad andare verso un equilibrio delle densità, es le montagne tendono ad erodersi, tutti gli oggetti senza attenzione tendono al disfazimento) vs neghentropia(viene attivata dagli artefatti solamenti quando questi devono attivare l’interesse dell’uomo, fa si che l’interesse dell’uomo venga migliorato e trasmesso alle altre persone quindi non andrà incontr all’entropia) (Doppio Destino).

Permette agli individui di inserirsi in una rete coerente di significazione per comprendere gli eventi quotidiani. L’utilizzo quotidiano permette la riproduzione della cultura.

L’evoluzione individuale creativa può modificarne l’uso ed il significato e quindi produrre cambiamento culturale.

Il materialismo: Terminale; Strumentale o dotato di senso.

Terminale possedere gli oggetti fine a se stesso, porta a una costante insoddisfazione, quindi devo possedere sempre qualcosa ogni giorno anche se effettivamente non mi server, cerca il benessere attraverso l’acquisto.

Strumentale capacità di relazionarsi con gli oggetti perché mi fanno stare bene, con degli oggetti particolari ci sentiamo a nostro agio, tutto gli oggetti che non ci fanno più sentire bene andrebbero dati via.

La Cultura soggettiva. L’Equazione Adattativa (Massimini)

C = f (G, CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

C = comportamento,

f = funzione di;

G = istruzioni genetiche;

CI = cultura interna o intrasomatica;

AN = ambiente naturale;

CE = cultura extrasomatica;

I = inerzia


COMPORTAMENTO

C = f (G,CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

Insieme di azioni volontarie e involontarie

Caratteristica sia delle persone sia dei gruppi

Complessità variabile

Si svolge in definiti tempo, luogo e contesto di riferimento

E’ interpretabile secondo parametri diversi da individui diversi (esperienza, cultura…)


ISTRUZIONI GENETICHE

C = f (G,CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

Insieme delle istruzioni contenute nel Dna e tramandate da una generazione all’altra

Determinano la struttura biologica dell’individuo

Determinano (in interazione con l’ambiente naturale e sociale) lo sviluppo biologico dell’individuo

Determinano alcune caratteristiche psicologiche di base


AMBIENTE NATURALE

C = f (G,CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

Tutto ciò che è presente in natura e non costruito o modificato dall’uomo

Contiene oggetti inanimati e esseri viventi non umani

Ha un suo ciclo di sviluppo.

Tende all’entropia (le cose che ne fanno parte tendono all’erosione e disfacimento, giorni/anni).

Se investito di significato specifico entra a far parte della cultura di un popolo come oggetto culturale oltre che naturale.


CULTURA

C = f (G,CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

Insieme dei significati condivisi da un gruppo di individui.

Costruita dalle persone attraverso la condivisione di esperienza in un contesto comune

I significati sono custoditi in “oggetti culturali” chiamati artefatti

Tramandata da generazione a generazione attraverso la partecipazione sociale e la relazione con oggetti e persone.


CULTURA INTRASOMATICA

C = f (G,CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

Significati della cultura interiorizzati nei singoli individui

Interiorizzati nella mente e nel corpo

Parziale rispetto alla cultura esterna

Si modifica con l’esperienza

Gli individui la usano per leggere la realtà ed interagire con essa. Quando interpretiamo il mondo o qualcosa di esso lo facciamo sempre in funzione della nostra cultura intrasomatica

Se gli individui si spostano la portano con sé (inerzia può > o <)





CULTURA EXTRASOMATICA

C = f (G,CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

Insieme degli oggetti materiali e immateriali costruiti dall’uomo (artefatti) e presenti nell’ambiente esterno.

Conservati, tramandati e modificati dall’azione umana

Introiettati e incorporati dalle persone attraverso l’esperienza

Condivisa nei gruppi attraverso l’esperienza e l’empatia


INERZIA (fattore tempo)

C = f (G,CI)+(AN,CE)+ I (G,CI,CE)

Tendenza dell’uomo (individuo e gruppi) a resistere al cambiamento

Permette la conservazione dell’individuo, dell’informazione, del significato

Si oppone al disordine e all’entropia.

Se eccessiva può diventare disfunzionale e anche patologica.

Resistenza psichica, resistenza culturale, resilienza.


Processi di interiorizzazione. •Embodyment •Pratiche dell’esperienza quotidiana •CO => CI

Identità culturale e costruzione del Sé.


Esperienza soggettiva ed esperienza ottimale.

3Modelli tra Esperienza, Benessere e Realta’ Concreta.

Per essere felice non è sufficiente che io non sia depresso. Il benessere è tridimensionale.

Flow Theory (Esperienza Ottimale) (Csikszentmihalyi 1982; 1990; Csikszentmihalyi,

Rathunde, 1993);

Creativity Theory (Gardner, 1993, 2007);

Esperienza Soggettiva (Inghilleri, 1999);

In comune la centratura su:

la relazione tra esperienza concreta, quotidiana e situata e dinamiche intrapsichiche

la capacità soggettiva di selezionare situazioni promotrici di benessere psicologico (pers. Autotelica)


Esperienza Soggettiva. Partecipazione quotidiana e personale. Interazione con gli artefatti e i loro significati (riconoscimento e incorporazione). Interazione sociale con altri individui

Coinvolgimento emotivo (empatia). Selezione individuale (cultura interna).Evoluzione culturale


Esperienza Ottimale. Mentre sto facendo una particolare attività, mi sento pienamente coinvolto, soddisfatto, convinto che tutto vada al meglio e sono in uno stato psicologico di intenso benessere. Sono così concentrato che il tempo sembra passare troppo in fretta o molto lentamente, e mi sento fortemente motivato a continuare quell’attività. E’ uno stato psicologico intenso e positivo, come quello che immaginiamo possa provare un esperto scalatore mentre sta affrontando la sfida di una nuova parete di roccia, oppure l’artista preso dalla composizione dell’ultima opera che ha ideato. Dove ero Cosa stavo facendo Con chi ero Come mi sono sentito Come mi sono sentito e cosa ho provato dopo.

(Psicologia Positiva). Stato di esperienza soggettiva positiva: affettivo/emozionale motivazionale. Temporaneo. Legato a 1 attività che si sta svolgendo (soggettivamente individuata). Nutre il Sé rendendolo più complesso e più forte.


Flusso di coscienza.

Caratteristiche: •Stato di esperienza soggettiva positiva: –affettivo/emozionale –motivazionale.

Temporaneo •Legato a 1 attività che si sta svolgendo (soggettivamente individuata)

Nutre il Sé rendendolo più complesso e più forte. •Transculturale/Universale

Indicatori: Motivazione intrinseca Autodeterminazione Equilibrio sfide/capacità

Assenza noia –Assenza ansia –Scopi chiari –Feedback immediato –Concentraz. situaz.

Assenza autosservaz. –Sensazione di tempo alterata –Stato affettivo positivo.

Intrinsic motivation. Autodeterminazione.


Equilibrio Tra Challenges E Skills. Equilibrio percepito tra le opportunità dettate dall’ambiente e le capacità individuali


Sono messo alla prova ma credo che le mie capacità mi permetteranno di far

fronte alla sfida

Personalità Autotelica. Capacità di sviluppare esperienza ottimale in situazioni e attività sempre nuove. Sviluppa competenza creativa. Costituisce un Sé più complesso e più forte.

Incentiva lo sviluppo e la complessificazione della cultura.


Misurare il flow=flusso di coscienza.  Interviste  Self –report  Virtual sadowing  ESM=Esperience Sampling Method Consegnare alle persone un diario e un telefonino e quando suona in maniera occasionale bisogna compilare le4 domande che ci stanno nel diario e si intercettano quali sono le esperienze positive della persona in maniera occasionale all’interno della sua quotidianità.  Diario  Flow Questionnaire.  Questionari (Jackson) sul flow a partire dal tema dello sport che per le loro caratteristiche aiutano ad individuare il flusso di coscienza attraverso aree tematiche che influenzano il flusso di coscienza.


Dispositional Flow Scale II (Jackson et al., 1998) indaga la predisposizione individuale ad esperire lo stato di flow. Misura la componente disposizionale dell’Esperienza Ottimale.

La personalità autotelica è quella grazie alla quale una persona compie gesti perché sono intrinsecamente gratificanti, piuttosto che per raggiungere obiettivi esterni gli individui caratterizzati da personalità autotelica sono più inclini allo stato di flow (Csikszentmihalyi, 1990).


Nove sotto-scale per nove dimensioni.

1.Equilibrio tra Challenges e Skills. Equilibrio percepito tra le opportunità dettate dall’ambiente e le capacità individuali. Sono messo alla prova ma credo che le mie capacità mi permetteranno di far fronte alla sfida.

2.Unione fra Azione e Coscienza. Mente e corpo funzionano all’unisono. Fenomeno molto

comune negli artisti che riescono ad integrare in modo fluido e naturale lo scorrere delle loro idee con la realizzazione della loro arte. Faccio le cose in modo automatico, senza pensarci troppo. Non mi costa mantenere la mia mente su ciò che sto facendo.

3.Mete Chiare. Obiettivi chiari e specifici sono alla base dell’esperienza del flow garantendo un’immersione totale nel compito. So esattamente cosa voglio fare, So cosa voglio ottenere

4.Feedback Immediato. Così l’ambiente può dialogare incessantemente con il soggetto indicandogli come si sta comportando all’interno dei suoi confini. Mi è veramente chiaro

come sto andando. Ho un senso di padronanza su ciò che sto facendo.

5.Concentrazione Sul Compito. L’ampia maggioranza delle risorse cognitive di cui l’individuo dispone è selettivamente orientata all’attività praticata. Ho una concentrazione totale. Sono completamente focalizzato sul compito in atto.

6.Senso di Controllo. Il soggetto si percepisce come l’assoluto protagonista delle proprie azioni e percepisce di poter affrontare al meglio le sfide dell’ambiente. Ho un senso di padronanza su

ciò che sto facendo, Sento di poter padroneggiare completamente le mie azioni

7. Perdita dell’autoconsapevolezza. Il soggetto sostituisce l’auto-riflessione con un completo assorbimento nell’attività. Non mi interessa come sto presentando me stesso. Non sono interessato a ciò che gli altri potrebbero pensare di me.

8.Destrutturazione Del Tempo. Il tempo reale viene assoggettato ad un orologio interiore e quindi in base alla persona e all’attività può sembrare che scorra più velocemente o che rallenti

Il modo in cui passa il tempo sembra essere diverso dal normale. Perdo la mia normale consapevolezza del tempo.

9. Esperienza Autotelica. Un’esperienza è autotelica quando è favorita da un’autentica motivazione interna e dalla possibilità di rintracciare nell’attività un forte senso di divertimento, piacere e gratificazione. Amo la sensazione di ciò che sto facendo e voglio farla ancora.

L’esperienza è estremamente gratificante.


Creatività. Il Modello Della Creatività Di H. Gardner Personalità Creativa.

«L’individuo creativo è una persona che in un campo di attività regolarmente risolve dei problemi, elabora dei prodotti o formula degli interrogativi nuovi in un modo che inizialmente

viene considerato originale, ma che poi finisce per essere accettato in quel particolare ambiente culturale» (Gardner 1993)

Personalità Creativa. La personalità creativa è in stretta correlazione con la personalità

autotelica, perché utilizza le proprie conoscenze in un dato campo per sviluppare artefatti nuovi che permettono al campo stesso di arricchirsi, evolversi e divenire di interesse di altre persone

Lega La Creatività: •Alle situazioni concrete e alle attività specifiche.

Ad uno specifico ambito per ciascuna persona, individuato soggettivamente. •Alla storia personale. •Alle caratteristiche idiosincratiche. •Alla Esperienza Soggettiva.

Non si nasce creativi, La creatività si sviluppa.

Temi Organizzatori. Definiscono come la persona, anche in termini spaziotemporali, si relazione con se stesso e con l’esterno da sé.

1. Il rapporto tra l’infanzia e l’età adulta: •Eventi ed esperienze. •Stili educativi familiari. •Struttura della famiglia. •Caratteristiche personali dell’individuo.

2. Il rapporto della persona con gli altri: •Nell’infanzia e nella età adulta.

Relazione con genitori. •Presenza di mentori. •Presenza di rivali.

3. Il rapporto dell’individuo con la sua opera in un dato campo: «I creatori generalmente scoprono fin dai primi anni di vita un’area o un oggetto che suscita in loro un interesse divorante. A quel punto prima cercano di produrre opere analoghe a quelle degli altri esponenti della cultura di appartenenza, poi sviluppano un rapporto sempre più problematico con il campo in cui operano, finché si vedono costretti a inventare un nuovo sistema di significati» (Gardner 1993).

La Struttura Organizzatrice. Definisce gli elementi del percorso attraverso cui una persona arriva alla formazione di una personalità creativa.

Si modula secondo due prospettive: •La prospettiva evolutiva: esperienza esplorativa del bambino costruisce un «capitale creativo» (non come contenuti ma come stile cognitivo) •Prospettiva interattiva: interrelazione tra individuo, campo (field) e ambiente (domain).

La Struttura Organizzatrice e i suoi 4 livelli di Analisi. •Livello infrapersonale (substrato organico). •Livello personale (processi cognitivi, motivazionali, affettivi). •Livello impersonale (campi di attività di cui l’individuo ha esperienza). •Livello multipersonale (insieme di forze

appartenenti all‘ambiente sociale e storico)


-personalità Creativa. «L’individuo creativo è una persona che in un campo di attività regolarmente risolve dei problemi, elabora dei prodotti o formula degli interrogativi nuovi in un modo che inizialmente viene considerato originale, ma che poi finisce per essere accettato in quel particolare ambiente culturale» (Gardner 1993).

Asincronia Feconda. •Promuove l’emergere della creatività. •Non deve essere né troppo bassa. (omeostasi con l’ambiente) né troppo alta (conflitto). •Si può trovare tra i nodi della struttura

organizzatrice o all’interno di uno di essi. •E’ in qualche modo legata al campo della creatività selezionato dall’individuo.

1 Nodo. L’individuo. •Questioni cognitive e motivazionali. •Caratteristiche di personalità. •Questioni socio-psicologiche. •Modelli di cita. •Andamento della produttività creativa nel

tempo.

2 Nodo. Le Forze Sociali. •Natura dei sistemi simbolici. •Forze sociali: –Costruzione dei sistemi simbolici. –Controllo dei sistemi simbolici e del comportamento individuale.

3 Nodo. L’ambiente Culturale (domain). •Rapporto con i mentori. •Rapporto con i rivali. •Relazione con norme e valori del sistema sociale. •Relazione con la struttura gerarchica che

domina il funzionamento dell’ambiente.

La Delimitazione Delle Competenze Creative Il Campo Di Azione(Field). •Tipologia della attività creativa. •Storia della relazione con la attività creativa. •Caratteristiche promuoventi della attività creativa. •Presenza o assenza.

Patto Faustiano della Personalità Creativa. La persona creativa è così assorbita dal proseguimento della propria missione da sacrificargli ogni cosa, in particolare la possibilità di una esistenza personale degna di questo nome.

Il Mentore. •Riconoscimento reciproco. •Competenza. •Relazione.


Seconde generazioni. Il percorso identitario della seconda generazione. Tra culture affettive e diversità culturali. Cultura e individuo. Artefatto come elemento materiale o immateriale

della cultura che è prodotto dall’uomo e che si tramanda. •Elemento di mediazione tra il soggetto e la realtà che orienta l’individuo nella comprensione della realtà. •Tra cultura e individuo si realizza un processo di cocostruzione che accompagna quello biologico nello sviluppo dell’individuo e nella trasmissione transgenerazionale.


Cultura e identità. •Diverse discipline, tra cui l’Antropologia, la Psicologia transculturale e i nuovi orientamenti della Psicoanalisi, concordano nel riconoscere la componente culturale

dei legami come fattore strutturante e in trasformazione dell’identità psichica. •Gli studi di etnopsichiatria e di etnopsicoanalisi indagano sull’interrelazione tra aspetti psichici e culturali nella costruzione identitaria dell’individuo (Devereux, Nathan, Moro). •L’inconscio è presente nei legami tra le persone e l’Identità individuale dipende dalle appartenenze familiari, gruppali, culturali. (Kaës)

Concetti fondamentali di Devereux. Teoria Del Complementarismo. •I comportamenti umani possono essere spiegati attraverso discipline diverse, un doppio discorso, per cui diventano

complementari le spiegazioni. •L’esperienza Soggettiva Individuale unisce le due dimensioni.

Relazione Tra Osservatore E Osservato. • Controtransfert Culturale, che si aggiunge a quello affettivo.

2. Rapporto Tra Osservatore E Oggetto Osservato. L’osservatore Influenza L’oggetto Di Studio. Le scelte e le azioni dell’osservatore sono inconscie, dettate dal controtransfert che risponde al transfert del paziente. Controtransfert Culturale tra osservatore e osservato

Anche La Psichiatria Occidentale È Un’etnopsichiatria tra le altre, infatti è importante analizzare il ruolo che al suo interno esercitano i modelli culturali, le rappresentazioni della persona, i valori morali. Etnocentrismo si esprime anche nella formulazione di

Scopi. •Techiche Del Trattamento Terapeutico


Etnopsichiatria. Nathan: I saperi tradizionali sono sistemi di

conoscenza razionali. Nelle culture a universi multipli il mondo dell’invisibile, dello

spirito, del magico, ha logica quanto la realtà visibile.

Non sono credenze ma uno spostamento. •Dal visibile all’invisibile. •Dall’individuale al collettivo. •Specifico per le culture ad universi multipli.

Differenze Da Devereux. 1.Si concentra sulle eziologie proprie dei saperi tradizionali.

2.Il complementarismo non deve limitarsi alla teoria ma deve sfociare nella clinica, all’interno di precisi modelli e dispositivi di cura.

Marie Rose Moro: I tre si

1- Si Alla Psicoanalisi

La relazione «genitori-bambino» può essere compresa solo all’interno del sistema culturale di appartenenza dei genitori: lingua, rappresentazioni culturali, teorie eziologiche per spiegare malattie, logiche delle terapie tradizionali…

Bisogna sempre agire in primo luogo sull’interazione tra i genitori e la cultura

d’origine

2. Si Al Complementarismo di Devereux. •È necessario utilizzare insieme ma non contemporaneamente l’antropologia per decodificare la cultura e la Psicoanalisi per

decodificare il mondo interno

3. Si All’importanza Della Trasmissione Transgenerazionale. •Importanza dei legami tra una generazione e l’altra. •Ciascuno di noi è portatore di un mandato transgenerazionale che affonda le sue radici nella vita psichica infantile dei nostri genitori e dei loro conflitti con i propri genitori. •Più traumatico per i figli di seconda generazione di migranti su cui

grava l’esperienza migratoria dei genitori

2. Moro:Principi Della Clinica Transculturale

1. Universalita’ Psichica. Che tutti gli esseri umani hanno in comune anche se in forme

diverse e complesse. 2. Necessità di una continua codifica culturale sia per

i pazienti che per i terapeuti. Tre livelli di codifica culturale: 1.Livello delle rappresentazioni 2.Livello del significato. 3.Livello del fare

3.Inquadrare i pazienti migranti in un’ottica di modificazione della cultura, attraverso l’analisi dei processi transgenerazionali.


Kaes. Concetti fondamentali di Kaës. Terza Topica: l’inconscio è presente nei legami

intersoggettivi. L’Identità individuale dipende dalle appartenenze familiari,gruppali, culturali.

I Garanti Metapsichici. I Garanti Metasociali. Processo Di Soggettivazione: Tra

Soggettivazione E Assoggettamento Rene Kaes: la teoria psicoanalitica

del legame intersoggettivo

«la soggettivazione si crea mediante un duplice processo psichico: uno opera in ciascun soggetto secondo le sue determinanti interne, l’altro si sviluppa a partire dallo spazio psichico

intersoggettivo»

I Garanti Metapsichici. Miti, credenze condivise, ideali comuni, valori di una

società, affetti, fondati su alleanze inconsce, che danno appartenenza all’individuo.

Le alleanze inconsce sono costituite dai legami intersoggettivi e transgenerazionali: hanno carattere inconscio, alcune sono strutturanti altre hanno una funzione essenzialmente difensiva e

patogena: «Le alleanze inconsce sono la base e il cemento della realtà psichica che ci lega gli uni agli altri.»

Garanti Metasociali. Istituzioni sociali e culturali, politiche, religiose che presiedono la vita quotidiana e su cui poggiano i Garanti Metapsichici Garanti metapsichici e metasociali

(kaes, 2007)

Processo di soggettivazione. •In adolescenza il giovane è impegnato in un processo di soggettivazione in cui risimbolizzare i riferimenti affettivi del passato. •Cambiano i rapporti con i genitori. •Cambiano i valori e i ruoli affettivi. •Fondamentale funzione dellambiente: gruppo dei pari e nuovi adulti di riferimento.

Il paradosso adolescenziale tra assoggettamento e soggettivazione. Il processo di soggettivazione dell’adolescente implica un paradosso come dice Kaës:

Ciò che hai ereditato dai Padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero” .

«Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero.»

Per inghilleri convergenza con la Psicologia Culturale, dove la cultura rappresenta un insieme di vincoli e di istruzioni al comportamento che, da una parte, struttura il Sé e

lo fa crescere e dall’altra questo aspetto strutturante, assoggettante secondo Kaës, permette l’espressione attiva della propria soggettività, attraverso L’uso Autodeterminato degli artefatti. padr

«Ciò che hai ereditato dai Resistenza culturale (reidd, 1999) Teorie della mente & Teorie della cultura(Bruner)


Seconde generazioni.

2 G:Generazione ponte. Generazione ponte alla ricerca di un’integrazione tra la propria cultura d’origine e la nuova cultura di appartenenza. •Impegnata in un processo di negoziazione tra diversi valori simbolici e affettivi. •Portavoce di una complessità identitaria in cui convergono e si intrecciano più riferimenti. Conoscere le proprie origini. •Per l’adolescente di 2G appropriarsi delle proprieorigini costituisce il presupposto per raggiungere l'integrazione tra i suoi diversi riferimenti affettivi e culturali.

Continuità del Sé senza fratture identitarie.Tra filiazione e affiliazione. L’adolescente di seconda generazione si trova quotidianamente ad affrontare conflitti interni ed esterni.

Lafiliazione implica essere figli dei propri genitori. •L’affiliazione implica destreggiarsi su più fronti e fare riferimento a diversi sistemi simbolici, quello familiare e quello dei pari spesso

in contrasto tra loro: •Operare delle scelte nell’alternare o nel combinare riferimenti di diversa

provenienza. •Tessere dei legami tra culture: il meticciamento. •Creare nuovi significati per entrambi i suoi contesti di riferimento. Uso creativo degli artefatti. •La Cultura da una parte struttura il Sé e lo fa crescere e dall’altra questo aspetto strutturante, assoggettante secondo Kaës,

spinge l’individuo alla soggettivazione attraverso l’uso soggettivo e creativo degli artefatti.

Specifici artefatti che possano portare a soluzioni originali dei conflitti in atto.

Ruolo della famiglia. Scarsa comunicazione. Dialogo Alleanze inconsce e vincolo

Adultizzazione

Ruolo del gruppo dei pari. Gli amici Il gruppo di aggregazione. I luoghi

Nuovi artefatti. •Il giovane di origine straniera opera una selezione culturale nuova rispetto alle rispettive culture di riferimento.

Disagio o crescita? Mandato familiare-migratorio Fattori di disagio: vincolo familiare

(alleanze inconsce difensive), rottura identitaria.

Fattori di motivazione: i valori familiari vengono risimbolizzati dai figli per sentirsi

competenti e protagonisti della propria vita.





1

1. PER UN MATERIALISMO CREATIVO

Molti anni fa, durante un periodo di ricerca nel sud ovest degli Stati Uniti, passai una lunga serata con un vecchio Medicine Man1 della tribù Navajo. Eravamo in un canyon non distante da Window Rock, tra Arizona e Nuovo Messico. Sotto la luna, nel fresco vento della vallata, quell’uomo saggio mi parlava delle sue giornate passate a cavallo, facendo il pastore: descriveva l’armonia della natura, i cicli delle stagioni, la conoscenza degli animali, il potere benefico delle erbe, la sicurezza del suo sapere appreso con fatica da un maestro ormai scomparso. Ci circondavano le sue poche cose deposte alla rinfusa in parte all’aperto, in parte dentro la capanna,. E nelle parole del vecchio fluiva una saggezza affascinante: la gioia per la sua vita, per il suo lavoro, per il contatto con gli alberi e gli animali, per i momenti passati con i figli e con tutti i parenti: una pienezza di spirito potente al di là delle cose e del tempo.

Qualche anno più tardi due miei colleghi, Fausto Massimini e Antonella Delle Fave, descrissero il caso di una anziana contadina delle valli alpine piemontesi: durante una loro ricerca sui momenti di esperienza ottimale nei diversi momenti della vita quotidiana la donna con semplicità e ostinatezza ripeteva che i momenti più importanti, intensi e gioiosi della sua vita erano quelli dedicati al suo lavoro nei campi, in montagna. Il più grande piacere della sua vita era in assoluto il lavoro nei campi e ciò che avrebbe scelto di fare se non avesse avuto problemi di tempo o di denaro era continuare a svolgere i suoi amati lavori in montagna (Delle Fave, Massimini, 1988)!

La semplicità con cui, per queste persone, è possibile raggiungere la serenità e uno stato psicologico positivo, può sembrare, per molti di noi, distante e difficile e, in fondo, ci porta a porci una domanda fondamentale per le nostre vite: da che cosa sono determinati il nostro benessere e la nostra felicità? Quali elementi ci portano a sentire che la nostra esistenza ha un significato e ci dà gioia? Negli ultimi decenni la società sembra aver risposto a questo interrogativo in modo mai percorso in precedenza. Abbandonati gran parte dei valori religiosi e delle ideologie, molti delle donne e degli uomini del mondo occidentale hanno indirizzato la propria energia psichica e hanno organizzato comportamenti individuali e sociali in funzione della produzione, del possesso e del consumo di oggetti e di beni puramente materiali.

Di fronte a questa prospettiva, un sempre maggior numero di persone incomincia però a domandarsi se questo processo sia davvero utile e positivo, anche perché, in questa condizione di benessere materiale, compare una sempre maggiore insoddisfazione che si manifesta con stress, depressione, malessere sociale.

Ci si chiede allora se sia davvero possibile utilizzare il ricco mondo delle cose che ci circondano per esprimere la nostra personalità e come sorgente di emozioni positive, di abilità, di capacità creative e quindi di sviluppo sociale e culturale.

Di fronte a questo dubbio, due interrogativi diventano centrali. Quando l’uso degli oggetti porta

davvero ad una vita ricca e ad una società caratterizzata da soddisfazione delle persone e da rapporti dotati di senso? Quando è veramente possibile usare le cose e non essere invece usati da esse?

Lo scopo di questo libro è di cercare di comprendere come percorrere queste due vie positive e

come porre rimedio a un possibile utilizzo insensato delle cose per raggiungere invece un

materialismo che potremmo definire “dotato di senso”.

Qual’è la strada per creare, nelle famiglie, nella scuola, sul lavoro, nei gruppi reali, un uso positivo degli oggetti materiali, un uso che permetta sia il pieno manifestarsi delle capacità individuali sia lo sviluppo sociale, senza, contemporaneamente, demonizzare gli aspetti positivi del materialismo?

Per rispondere a queste domande abbiamo incontrato gruppi e persone in un certo senso “estremi” che hanno centrato con successo la loro vita sullo sviluppo del sé, della comunità, delle idee, e non 1 Il Medicine man o “Uomo medicina” è una persona dotata di conoscenze specifiche di rituali, cerimonie, canti curativi che sono fondamentali per la tradizione della tribù Navajo e che permettono, secondo quel popolo, un rapporto integrato tra la persona, la comunità e il mondo naturale e spirituale.

2 solo, o non tanto, sul puro possesso e consumo di oggetti. Di queste persone e di questi gruppi, che tanto ci hanno insegnato, parleremo nel nostro libro.

Il significato nascosto degli oggetti

Più di quindici anni fa Natalia Ginzburg tradusse un libro che, come lei stessa disse, amò in modo particolare: “Il racconto di Peuw bambina cambogiana” (Szymusiak, 1984). Il libro racconta la tragedia della Cambogia durante il regime dei khmer rossi (dal 1975 al 1979), trovando in Peuw, una dodicenne borghese abitante nella capitale Phnom Penh, una sorta di Anna Frank la cui voce, raccolta dai suoi genitori adottivi francesi, mostra dall’interno cosa significhi per le persone un’operazione di ingegneria sociale come quella ideata da Pol Pot e dai suoi compagni. Il nuovo regime decise che, per costruire l’”uomo nuovo”, doveva essere uccisa la memoria collettiva. La famiglia, la città, la religione dovevano scomparire perché legate a indesiderate forme di organizzazione economica e sociale. Si trattò, ahimè, di un’operazione particolarmente sofisticata che purtroppo, anche recentemente, tende ad essere ripetuta altrove: si pensi ad esempio alla distruzione degli antichi templi buddisti da parte del vecchio regime Talebano in Afghanistan.

Leggendo il diario di Peuw siamo colpiti dall’ attenzione che i khmer rossi rivolgono, per ottenere il loro scopo, agli oggetti della vita quotidiana che le persone, trasferite forzatamente dalla città alla campagna, cercavano e volevano portare con sé: “E’ vietato conservare oggetti che vengono dalla città. Bisogna buttarli via, o sennò darli al capo del villaggio. Proibito portare gonne colorate.”

(pag.38). E’ illuminante al riguardo questo esempio: a tutti i gruppi veniva dato un pentolino per

bollire l’acqua per il tè. Questo pentolino era identico a quello usato dalle famiglie in città, nella

vita precedente”. I khmer proibivano assolutamente di portare con sé ed usare il pentolino della

vecchia casa: chi veniva scoperto poteva essere ucciso. Ma la gente rischiava la morte per poter

usare il vecchio arnese, che era assolutamente uguale a quello nuovo fornito dal regime!

Il pentolino in questione non era infatti costituito solo di metallo e di forma: esso conteneva il

ricordo della vita passata, l’atmosfera dolce del risveglio della famiglia ormai perduta, degli affetti che si rianimavano all’inizio di una nuova giornata. Per avere la presenza di queste memorie, la gente sfidava il pericolo.

Questo esempio illustra in modo chiaro come gli oggetti che ci circondano siano ricchi di

significati, talora molto profondi. Mi ricordo che leggendo per la prima volta “Tristi tropici” di

Claude Lévi-Strauss (1955), fui colpito dalla stessa sensazione: nelle diverse culture, dal Brasile

all’India, un filo sottile sembrava collegasse organizzazione dei sistemi famigliari, pratiche sociali, disegni sugli oggetti, templi e palazzi e cioè quello di trasportare significati condivisi a cui si associano ragionamenti, affetti, emozioni.

All’inizio degli anni ‘80, durante un mio periodo di studio e ricerca all’Università di Chicago, ebbi modo di discutere con l’allora Direttore del Dipartimento di Scienze del Comportamento di quella università, Mihaly Csikszentmihaly, di un libro che aveva appena finito di scrivere con il sociologo Eugene Rochberg-Halton. Il volume si intitolava “The meaning of things”, “Il significato delle cose” (1981). Si trattava di una importante studio su come e perché le persone si affezionano alle piccole cose della casa e della quotidianità, alle fotografie, a quegli oggetti che ci portiamo con noi negli anni, nelle diverse fasi della nostra vita, i piccoli “amuleti” (la penna o l’abito per il giorno dell’esame o per il colloquio per un nuovo lavoro), le foto sbiadite di una gita, una certa teiera magari un po’ sbeccata…. Lo studio mostrava con chiarezza come tutti questi elementi sono importanti perché sono connessi alla nostra identità; essi formano un ponte sottile ma solido nelle nostre esistenze, dando una continuità di significato a esperienze e a momenti anche molto diversi tra loro e sembrano particolarmente utili nei momenti di cambiamento, di crisi o di difficoltà.

L’approccio teorico di quel libro è particolarmente importante e lo discuteremo in seguito.

3 Qualche anno più tardi, curando insieme a Fausto Massimini un volume teoretico sul rapporto tra esperienza soggettiva e vita quotidiana (Massimini, Inghilleri, 1986), due autori, Stefan Hormuth e Marco Lalli, ci proposero, con una certa nostra sorpresa, un capitolo dal titolo ”Studi sul trasloco e il cambiamento del sé”. In realtà il lavoro metteva in luce come il cambiamento di casa, di quartiere, o addirittura di città, comportasse la necessità di un sforzo adattativo non indifferente, dal punto di vista psichico e sociale, con possibili ripercussioni sul lato affettivo. La cosa interessante fu che in quello stesso volume compariva uno studio, effettuato dal nostro gruppo di ricerca, sugli effetti psicologici e sociali di una rilocazione forzata di massa di intere popolazioni come quella effettuata in Egitto nella piana del Nilo a seguito della costruzione della diga di Aswan (Gallina, 1986). I due fenomeni pur così diversi, nascondono un processo simile: la perdita improvvisa degli oggetti e degli artefatti che ci circondano: la casa, la piazza, i negozi, le atmosfere delle vie. Ma a ciò spesso si accompagna anche la perdita delle persone che vivono in quei contesti. Ecco quindi una possibile mancanza dal lato relazionale, sul versante degli affetti e di ciò che contribuisce a costituire la nostra identità e a farci stare bene.

La forza delle connessioni tra oggetti materiali e processi psichici e sociali diventa dunque evidente e ci colpisce proprio quando esse vengono a mancare. Ciò è mostrato con estrema efficacia da Bruno Bettelheim nel suo famoso saggio sul comportamento individuale e di massa nelle situazioni estreme, opera che nasce dalla sua personale esperienza di detenuto per un anno nel 1938-39 nei campi di concentramento nazisti di Buchenwald e Dachau (Bettelheim, 1943). L’allontanamento dalle normali consuetudini quotidiane, la perdita dei ruoli sociali e professionali, la scomparsa delle norme conosciute a favore di regole nuove e volutamente imprevedibili, l’isolamento dagli affetti, si accompagnava alla proibizione di usare i propri vestiti e le proprie cose o di tenere degli oggetti personali: tutto ciò contribuiva a minare il senso di sé e della propria integrità fisica e psichica inducendo fenomeni regressivi e nuove identificazioni, anche con gli aguzzini, portando così alla totale dipendenza e ad un tragico senso di annullamento.

Queste terribili strategie di scissione tra il sé e la realtà materiale compaiono, in parte trasformate e a livelli di intensità diversa, in altre situazioni più o meno legate alle cosiddette istituzioni totali, cioè quelle istituzioni chiuse rispetto all’esterno, spesso repressive, la cui logica finale è quella della propria sopravvivenza nel tempo, con la perdita degli scopi per cui esse erano state create: gli ospedali psichiatrici, le carceri, e in un certo senso anche le caserme e gli ospedali civili che impediscono ad esempio di usare gli abiti normali e di portare e tenere con sè le cose e gli oggetti più cari e significativi.

Il tema della relazione fondamentale tra artefatti, identità e qualità dell’esperienza soggettiva – lo

star bene e lo star male – e della sua messa in crisi in caso di cambiamenti radicali e violenti appare in modo evidente nei processi migratori che hanno interessato e interessano l’Europa e l’Italia. Cosa più dell’emigrazione rappresenta l’esempio di questa frattura tra contesto artificiale e materiale e la soggettività? Si abbandonano tradizioni, usi, oggetti, abitazioni, stili alimentari, pratiche sociali, riti che hanno contribuito a costruire giorno dopo giorno, fin da bambini piccoli, l’identità, per

incontrare un mondo diverso e proprio per ciò potenzialmente ostile.

Sono proprio le culture non occidentali, come quelle di molti migranti, che ci fanno ancora

riflettere, da un altro punto di vista, sul potente significato simbolico delle cose e su come esse

possono influire sulla qualità della nostra esperienza e sul nostro comportamento. Pensiamo ai

feticci di certe culture africane: questi enti, fatti in genere di materiali vari come ossa, terra, piume,

parti di altri oggetti e così via, assumono, nelle mani di chi li costruisce ed ha uno specifico e

riconosciuto ruolo sociale (come ad esempio uno stregone), una potenza enorme sulla soggettività e

il comportamento dei membri della comunità che li riconosce come validi.

In particolare è interessante notare come i feticci, siano dotati di una doppia proprietà. Da un lato

essi contengono e trasportano informazione e cioè il sapere, spesso molto antico, di chi li ha

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costruiti, le norme e le regole della religione e del gruppo, un sistema di conoscenze e di logiche

condiviso dalla comunità. D’altro canto, essi emettono informazione: inducono azioni e

comportamenti, fanno terrorizzare o star male, curano o fanno cambiare idee e sentimenti alle

persone della comunità (Nathan, Stengers, 1995) Questo punto è importante perché sottolinea come

la relazione tra la cultura materiale (in questo caso i feticci) e il nostro mondo interno non è statica

ma dinamica, è fatta da influenze reciproche e da processi di scambio, come vedremo più avanti.

Abbiamo parlato di cultura materiale non a caso. Gli oggetti materiali infatti costituiscono una

parte fondamentale delle culture umane. Possiamo anzi dire, se usiamo il concetto più ampio di

artefatto, cioè di ente non presente in natura ma costruito o prodotto dall’uomo, che gli artefatti

sono i costituenti stessi delle culture umane. Nella categoria di artefatto non rientrano quindi solo le

cose e le strutture materiali, ma anche le idee, i prodotti artistici come la musica o la poesia, le

tecnologie, le istituzioni, le concezioni politiche, le religioni, i rituali e così via.

Ritornando al concetto di cultura, ricordiamo come le definizioni “accademiche” di questo termine

sono molteplici, a partire da quelle classiche dell’antropologia2 fino a quelle più recenti della

psicologia transculturale. Tra di esse, di particolare interesse è il concetto di meme o replicatore

culturale proposto da Dawkins (1976, 1982)

Il ragionamento di Dawkins parte dalla considerazione che la specie umana, grazie alle

caratteristiche biologiche e cognitive della sua mente, è stata in grado di formare un sistema

ereditario di trasmissione trangenerazionale di informazione diverso da quello genetico, ma

altrettanto potente e duraturo, quello culturale. La mente umana è cioè in grado di concepire e

costruire efficienti replicatori di informazione culturale che si trasmettono nel tempo anche perché

depositati al di fuori degli individui, in sedi extrasomatiche. Ecco allora la comparsa degli utensili,

delle norme sociali, delle ideologie, dei sistemi famigliari, religiosi, politici, dell’arte, delle

istituzioni, delle tecniche di caccia e raccolta, dell’agricoltura….

Alcuni autori hanno definito questi elementi culturali, che sono delle vere e proprie unità di base

della cultura, con il termine meme, dal greco mimeomai che vuol dire “replicare per imitazione”

(Dawkins, op.cit.; Blackmore, 1999). Altri autori li definiscono invece con il termine più ampio di

artefatti, includendo in questa categoria, come si è detto, tutti i prodotti, materiali (come un oggetto)

o immateriali (come un’idea), dell’uomo (Monod, 1970, Inghilleri, 1995, 1999).

La cosa interessante è che i memi sono in realtà di due tipi: i memi che veicolano altri memi (detti

appunto veicoli) e i memi che si replicano attraverso quei veicoli (detti replicatori). Facciamo un

esempio: la Bibbia è uno dei memi più conosciuti e diffusi al mondo. Le idee, i concetti, le

prescrizioni contenuti nella Bibbia sono memi replicatori che si stanno trasmettendo sul nostro

pianeta da generazioni e generazioni. Questi memi replicatori si depositano in sedi specifiche che a

loro volta sono di due tipi: i memi veicoli e le menti degli individui. Un libro contenente il testo

biblico è un veicolo; ma anche un computer o un CD Rom contenenti il sacro testo sono veicoli.

D’altro canto, una persona che abbia interiorizzato le idee proprie della Bibbia le sta veicolando nel

mondo e le presenta, attraverso le parole e i comportamenti, agli altri: figli, famigliari, amici,

colleghi, comunità d’appartenenza.

Questa prospettiva sottolinea due temi fondamentali. In primo luogo gli oggetti, le cose, contengono

informazione che non è solo quella connessa alla loro funzione d’uso e alla loro materialità ma è

anche connessa alla loro funzione simbolica, rimandando ad altro. Il pentolino di Peuw, ad esempio,

non è, come abbiamo visto, solo lo strumento per scaldare l’acqua ma racchiude in sé e rievoca il

mondo caldo e desiderato del passato.

In secondo luogo, l’informazione culturale, trasportata in modo talora non immediatamente

evidente dagli oggetti, può essere anche veicolata dagli esseri viventi, da ciascuno di noi. Il legame

2 A questo proposito ricordiamo come Tylor fin nel 1871, in una delle prime definizioni di cultura, la denominava come

un “complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume qualsiasi altra capacità e

abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società” p.1, trad.it.p.7

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tra le cose e la nostra identità è sottolineato da questa funzione comune: quella di trasportare

entrambi cultura.

Gli oggetti fanno ciò esprimendo la loro funzione simbolica, gli esseri umani attraverso la mente e

processi psichici. La memoria, gli affetti, la cognizione contengono informazione, la elaborano e le

attribuiscono senso, dando luogo poi a comportamenti e pensieri che trasmettono e ridefiniscono la

cultura stessa. Discuteremo più avanti di questa questione.

In conclusione di questo punto sottolineiamo invece un altro tema: questa prima riflessione sul

significato delle cose è tanto più importante quanto maggiori sono il peso e la rilevanza che gli

oggetti, il loro possesso, la loro esibizione e il loro consumo hanno in una cultura in un determinato

momento storico. Certamente oggi il mondo occidentale è caratterizzato da una ricchezza di “cose”

che altre generazioni non avrebbero neppure immaginato, mentre i processi di globalizzazione in

atto ci dicono che la diffusione delle merci è ormai un movimento inarrestabile potenzialmente

capace di determinare un cambiamento nella qualità di vita di ognuno: il significato degli oggetti

diventa allora fondamentale per il nostro destino. Ma qui si apre un altro capitolo.

Se siamo cosi’ ricchi, perche’ non siamo così felici?

Una persona che vive oggi nel mondo occidentale, ma ormai anche in molti altri paesi in via di

grande industrializzazione come ad esempio la Cina, incontra nella sua vita un numero di oggetti

impensabile fino a qualche decennio fa. E’ innegabile che questo processo si accompagni a un

notevole miglioramento delle condizioni di vita, sia dal punto di vista economico che biologico

(come ad esempio l’aumento dell’aspettativa di vita).

Molti dati però sembrano indicare che un crescente malessere si accompagna a questa ricchezza

materiale. Un senso di noia e un aumento di forme di depressione sembrano interessare un numero

crescente di individui, comprese le nuove generazioni (Inglehart 1990, Buss, 2000), tanto da far

nascere la domanda come quella proposta provocatoriamente da Mihaly Csikszentmihalyi nel titolo

di un suo articolo comparso nel 1999 su American Psychologist: “If we are so rich, why aren’t we

happy?”, “Perché, se siamo così ricchi, non siamo felici?”.

Gli psicologi americani sono da tempo interessati a questo problema: Daniel Kahneman, Norbert

Schwarz, Ed Diener e David Myers sono tra quelli che più hanno studiato il fenomeno. Facciamo

ora una breve rassegna dei più importanti studi.

Kahneman, Schwarz e Diener (1999) hanno avuto il merito di definire alcuni punti fermi di quella

branca della psicologia, da loro chiamata “edonica“, che si preoccupa di studiare cosa rende una

vita “buona” e dotata di senso. Questi punti sono:

1.La valutazione della qualità della vita dipende dal contesto culturale sia del ricercatore che delle

persone intervistate; 2. La qualità della vita non può essere ridotta a un semplice somma tra

momenti di felicità e di sofferenza soggettiva ma dipende anche da fattori oggettivi della società

come povertà, mortalità infantile, diritti civili; 3. L’esperienza soggettiva globale è centrale nella

valutazione dei soggetti su come sta andando la loro vita: questo sentimento dipende anche da stati

emozionali stabili e persistenti che sono legati alle caratteristiche della persona e non derivano

meccanicisticamente dagli eventi e dalle condizioni esterne. In altri termini l’esperienza soggettiva

globale si accompagna a processi di codifica cognitiva della situazione in atto e di codifica

cognitiva retrospettiva delle emozioni passate; 4. Questi processi hanno precise corrispondenze a

livello biochimico e neurale.

Partendo dall’idea che i self-report (cioè dei questionari di auto-descrizione) relativi alla felicità

sono affidabili nel lungo periodo, al di là dei cambiamenti che avvengono nella vita delle persone,

David Myers e Ed Diener (1996) hanno aggregato dati provenienti da 916 ricerche che hanno

studiato complessivamente più di un milione di persone in 45 Paesi nella maggior parte del mondo!

L’idea di fondo di queste ricerche è quella di misurare la correlazione tra prodotto interno lordo di

una nazione (quindi un indice di ricchezza economica) e autopercezione di felicità da parte dei

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cittadini. Sebbene l’insieme di questi dati mostri che i paesi più ricchi presentano una maggior

tendenza verso la felicità rispetto ai paesi più poveri, un’analisi più attenta ci mette qualche dubbio.

Nelle nazioni con un reddito pro capite maggiore di 8000 dollari la correlazione tra ricchezza

nazionale e benessere soggettivo sfuma e talora addirittura si inverte. Gli irlandesi ad esempio

riferiscono una soddisfazione rispetto alla vita maggiore dei tedeschi che hanno un reddito doppio al

loro. Negli Stati Uniti, in Canada, in Europa la correlazione tra reddito e felicità personale è

sorprendentemente bassa. Nei paesi poveri invece, dove un basso reddito comporta spesso

l’impossibilità di raggiungere i diritti basici della sopravvivenza, il tasso di ricchezza è un

indicatore di tendenza alla felicità (Argyle, 1999). Complessivamente possiamo notare che la

felicità sembra essere più bassa tra chi è molto povero, ma a livelli di reddito sufficienti il denaro

non sembra comportare necessariamente un grado di soddisfazione elevato per la propria vita

(Diener, 2000, Myers, 2000a).

Nei paesi ricchi il benessere soggettivo è invece fortemente correlato con la stabilità politica e la

fiducia nelle relazioni interpersonali.

Una variabile culturale che colpisce, per l’ambivalenza che essa ha con la percezione di benessere

delle persone, è quella dell’individualismo. Come è noto questa dimensione è da tempo rilevata

dalla psicologia transculturale in contrapposizione al collettivismo (Hofstede,1980). Le culture

umane si dispongono cioè in modo variabile rispetto a questi valori sottolineando di volta in volta

maggiormente l’autonomia e i diritti individuali (come ad esempio le culture anglosassoni) o le

relazioni comunitarie, l’ interdipendenza e l’armonia sociale (come ad esempio certe culture

dell’est asiatico). Ora, l’individualismo si correla con le nazioni che presentano sia i più alti livelli

di soddisfazione personale sia i più alti tassi di suicidio (Diener, Suh,. 1999)!

La questione delle influenze culturali sul sentimento di soddisfazione per la vita è intrigante. Basti

pensare al fatto che le persone nelle culture latine premiano gli affetti positivi e denigrano quelli

spiacevoli, mentre le culture Confuciane dell’area geografica del Pacifico sembrano mettere meno

enfasi sulle emozioni positive e accettano di più quelle negative: in altri termini, le norme culturali

indicano quali emozioni sono desiderabili (Diener, Suh, op.cit.)

Un dato che colpisce è quello riferito, almeno negli Stati Uniti, alle nuove generazioni. In un

importante studio longitudinale su un campione rappresentativo di circa 1000 studenti in tutto il

paese Csikszentmihalyi e Schneider (2001) hanno trovato una significativa e consistente

correlazione inversa tra benessere soggettivo e benessere materiale dei ragazzi e delle loro

famiglie. I ragazzi appartenenti agli strati socioeconomici bassi riportano in media maggiore felicità

dei ragazzi della upper/middle class.

Alcuni di noi potrebbero essere scettici sulla reale efficacia degli strumenti utilizzati per verificare il

grado di benessere soggettivo. Il concetto di felicità è infatti complesso, assume valenze e

sfaccettature personali, è, come si è visto, definibile diversamente nelle differenti culture;

l’autodescrizione dei propri sentimenti non è poi sempre facile o permessa culturalmente. Certo è

però che questi risultati, coerenti nelle diverse ricerche cross-culturali, ci danno delle indicazioni

intriganti.

I dati oggettivi vanno peraltro nella stessa direzione. David Myers, nel suo importante libro

intitolato “Il paradosso americano. Fame spirituale in un epoca di abbondanza” (2000b) mostra con

chiarezza come rispetto a un secolo fa in America siano drasticamente migliorati alcuni indici: il

lavoro minorile è pressoché scomparso, la mortalità infantile si è abbassata di molto, il tasso di

scolarizzazione si è elevato, le donne e le minoranze etniche hanno grandemente aumentato i loro

diritti e l’accesso alle opportunità, vi è una fruizione maggiore delle tecnologie che rendono la vita

più semplice e meno faticosa (come ad esempio gli elettrodomestici); il reddito pro capite del 1957,

espresso in dollari attuali, era di circa 9.000 dollari, contro gli attuali 20.000 e ciò comporta la

possibilità di acquistare e possedere un numero di oggetti molto più elevato che possono rendere la

vita più comoda.

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D’altro canto però compare, a partire dagli anni ’60, quella che Myers chiama recessione sociale,

esemplificata da indici come il triplicarsi, negli ultimi 40 anni, dei suicidi negli adolescenti, il

quadruplicarsi degli episodi di violenza, il quintuplicarsi della popolazione carceraria.

Altri dati, che si riferiscono all’incidenza della depressione, sono altrettanto significativi e sembrano

andare in una direzione uguale a quella proposta da Myers. Due autori, Nesse e Williams (1994),

esaminando diverse ricerche che hanno considerato circa 39.000 casi nei cinque continenti,

mostrano che il tasso di comparsa della depressione tende ad aumentare in modo parallelo ai

processi di modernizzazione e che l’incidenza di questa malattia è maggiore nei paesi

economicamente più sviluppati.

Siamo quindi di fronte, come dice Myers, a un vero e proprio paradosso: le nostre vite o diventano

più ricche dal punto di vista materiale, ma più povere dal punto di vista della nostra soddisfazione

esistenziale.

Il legame profondo tra gli oggetti e il sé personale sembra andare in una direzione opposta a quella

precedentemente descritta. Avevamo infatti sottolineato come il poter selezionare, scegliere,

decidere di possedere e conservare oggetti che diventano artefatti della memoria sia un fattore

importante per la nostra identità. Sembra però che ora siamo di fronte a un processo inverso per cui

studiamo, lavoriamo, impegniamo noi stessi in uno sforzo di possesso e consumo che invece di

rafforzarci può farci sentire imperfetti, insoddisfatti, mancanti di qualcosa di importante.

Ma perchè ciò avviene? Abbiamo a disposizione due prime spiegazioni generali. Un primo

meccanismo causale è il cosiddetto fenomeno di adattamento al livello. Si tratta della tendenza ad

adattarsi al livello di stimolazione raggiunto, notare questo equilibrio e reagire cercando di

raggiungere un livello superiore. Il sentimento di successo o insuccesso, di soddisfazione o

scontentezza deriva in questo caso dal livello di successo ottenuto in precedenza che funge da

criterio per la valutazione di ciò che ci accade. Si tratta di un adattamento pronto al conseguimento

degli scopi: ciò che prima era valutato buono diventa così rapidamente “medio” e ciò che prima era

percepito di media soddisfazione diventa insoddisfacente. Siamo di fronte ad una spirale maligna,

simile a quella ben conosciuta di certe tossicodipendenze, che spiega perché nonostante il rapido

aumento di reddito degli ultimi decenni molte persone si sentono più infelici.

Un secondo meccanismo è la cosiddetta comparazione sociale. Anche qui siamo di fronte a un

processo in un certo senso relativista. Le nostre valutazioni non sono effettuate in termini assoluti

ma comparandoci con chi ha di più. Anche questo è potenzialmente un meccanismo a spirale senza

fine. Vi è sempre qualcuno più ricco o che possiede qualcosa di più desiderabile. Alcuni autori

chiamano questo processo deprivazione relativa e sottolineano come essa possa essere accentuata

dai media e dalla televisione in particolare, capace di proporre traguardi sempre nuovi e più

desiderabili in termini di status, di consumo e di possesso (Myers, 2002; Csikszentmihalyi, 1999;

Martin,1981).

Queste spiegazioni mettono in luce dei meccanismi senz’altro attivi e che entrano in gioco a livello

dei processi mentali.

La relazione con gli artefatti mi sembra però assai più complessa e non riducibile a questi fattori che

sono sostanzialmente cognitivi, cioè legati a semplici processi razionali e decisionali. Abbiamo

sottolineato ad esempio il valore simbolico degli oggetti ed il fatto che trasportano anche

informazione di tipo affettivo e interpersonale; abbiamo evidenziato la loro importanza per la nostra

vita quotidiana e per le nostre relazioni.

Altri punti di vista ci sono necessari per capire l’intricato e profondo rapporto tra noi e le cose e la

cultura materiale. Prima però vale la pena di iniziare a parlare di alcune persone, di alcuni gruppi, di

alcune comunità che hanno fatto scelte particolari e precise rispetto al loro rapporto con gli oggetti.

Comunità per la felicità

Un libro che si intitola Vivere altrimenti, curato da Giuseppina Ciuffidra e Nicole Ianigro (1997), è

stato per qualche tempo sulla mia scrivania vicino a una brochure di un’Associazione americana che

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avevo incontrato ad un convegno negli Stati Uniti e che si chiama Center for a new american

dream, Centro per un nuovo sogno americano. Sulla brochure si stagliava la scritta More fun, less

stuff! (più divertimento, meno cose!).

A parte la mia scrivania, cosa unisce il libro che descrive innumerevoli esperienze di in tutto il

mondo per una vita ricca di significati (da quelli religiosi a quelli spesso più superficiali dei

movimenti new age, a quelli dell’economia solidale) con una organizzazione non governativa che,

con spirito molto pragmatico e al tempo stesso un po’ ingenuo (ma tipicamente americano) si

prefigge di insegnare ai cittadini una vita più serena e centrata sulle reali esigenze delle persone?

Mi sembra che ci sia un collegamento da scoprire, ed è forse lo stesso filo rosso che unisce piccole

comunità che vivono in modo utopico ma di fatto concreto e reale, con un’economia di quasi totale

sussistenza, in mezzo alla natura delle valli dell’Appennino toscano, gli Elfi. Ma il filo passa anche

da una famiglia nucleare, padre, madre, figlio, che scelgono di abitare come eremiti moderni in un

piccolo, antico, splendido villaggio abbandonato sulle colline del lago di Garda, facendo i pastori.

Ed ecco le famiglie delle comunità di Villa Pizzone a Milano che condividono spazi, economia ma

soprattutto progetti ed emozioni nel pieno fluire di una normale (!) vita metropolitana. E gli hackers

informatici dei centri sociali che uniscono sapere, collettivismo, passione e progetti politici e

sociali. E il filo sembra unire anche i giovani senegalesi immigrati delle comunità Baifal, gruppi

islamici che collegano misticismo e solidarietà, amicizia, divertimento e preghiera, libertà e

affiliazione, attirando sempre di più giovani italiani. O anche singole persone, religiose, per le quali

prendere i voti di castità e praticare la loro missione nella comunità diventa il punto centrale

dell’identità.

Questo filo rosso è l’idea, semplice ma ricca, di cercare di vivere in modo che abbia senso per le

persone coinvolte. Una vita in cui gli aspetti immateriali siano centrali: le idee, i valori, la

spiritualità, l’amicizia, la solidarietà, l’attenzione al sé.

Si badi bene che non siamo di fronte necessariamente ad una visione antimoderna o di lotta

sistematica contro gli oggetti o per forza collettivistica. Certo molti di queste persone e di questi

gruppi pongono al centro la comunità e, diciamo così, la spiritualità, ma senza preclusioni verso gli

aspetti più individuali o verso il desiderio di possedere cose e di consumare. Il concetto di fondo è

invece che il possesso e il consumo corrispondano a veri desideri.

E’ forse proprio la realizzazione del desiderio il filo comune che unisce: un desiderio che può essere

spirituale o fisico, individuale o sociale, condiviso dalla maggioranza della società o in opposizione

ad essa ma che, comunque, deve derivare da scelte consapevoli e dotate di significato. Queste

persone ci condurranno in questo libro e fra loro torneremo più avanti. Ma, come dicevamo,

dobbiamo prima parlare di altri punti di vista e di altre teorie che ci possono mostrare la profondità

del rapporto tra la nostra identità, il nostro benessere e la cultura materiale che ci circonda.

Materialismo terminale e materialismo dotato di senso

E’ evidente che la riflessione sul significato delle cose e, quindi, sui diversi tipi di materialismo è in

questo senso centrale. A questo proposito i cosiddetti materialismo terminale e materialismo dotato

di senso, o materialismo strumentale, evidenziati da tempo da autori come Rochberg-Halton e

Csikszentmihalyi (1981), hanno profonde e diverse conseguenze sullo sviluppo umano.

Gli oggetti e il loro possesso hanno, dal punto di vista psicologico e sociale, diverse utilità, anche

molto profonde. Un’ importante funzione è quella di risolvere o mediare possibili conflitti interni.

E’ noto che la riflessione psiconalitica ha affrontato ampiamente questo tema e ha dato chiare

indicazioni al riguardo. In realtà l’attenzione di Freud era rivolta soprattutto al lato simbolico degli

oggetti. E’ cioè la loro capacità di personificare idee o sentimenti che li rende atti a questa loro

funzione significante: tale funzione potrebbe peraltro essere attuata da altri oggetti o addirittura da

un’idea o una persona. Il concetto di oggetto transizionale proposto da Winnicott (1971) è

illuminante al riguardo. Un tessuto colorato, come ad esempio la famosa copertina di Linus dei noti

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fumetti, può contenere elementi affettivi rassicuranti e fare da ponte tra esperienza immediata e

emozioni e schemi mentali passati e significativi.

Un’altra importante funzione degli oggetti è quella di facilitare l’espressione di parti del sè

personale. Pensiamo alla scelta di comprare un’ opera d’arte o una nuova automobile, di indossare

abiti sportivi o abiti formali e così via.

Un terzo aspetto riguarda gli oggetti come simboli di status. Esempi di questo tipo sono le divise, i

camici dei medici, la lancia di un capo tribù, gli abiti sacerdotali.

Vi sono poi oggetti che assumono la funzione di modelli di ruolo: pensiamo a cosa scrisse il famoso

psicologo sociale G.H. Mead: “Ogni cosa, ogni oggetto o serie di oggetti, sia animati, sia inanimati,

umani o animali, o puramente fisici, verso cui si agisce o a cui si risponde è un elemento che

rappresenta l’altro generalizzato: nell’assumere i suoi atteggiamenti verso di essi la persona diviene

consapevole di se stessa e così sviluppa un sé o una personalità” (Mead, 1934, p.154).

Gli oggetti sono quindi attivi nell’organizzare la nostra posizione sociale, nel costruire i nostri

atteggiamenti: pensiamo ancora all’uso dei crocefissi nelle aule o alle bandiere nei luoghi pubblici o

alle fotografie o ai dipinti degli antenati nei salotti di una famiglia borghese.

Un’ulteriore funzione è poi quella di facilitare o comunque definire le relazioni sociali. Jared

Diamond in un bel libro dal titolo italiano “Armi, acciaio e malattie” (1997), ci mostra come le

tecnologie, in particolare quelle agricole e produttive, unite ai diversi fattori naturali ed ambientali

hanno costruito la storia umana e hanno condotto ai diversi rapporti tra i popoli. C’è chi individua

nelle armi, negli utensili di acciaio nella produzione in serie (oltre che nelle malattie infettive) le

cause principali della straordinaria espansione europea (Diamond, 1997). In tempi più recenti

pensiamo agli straordinari cambiamenti conseguenti all’uso sempre più diffuso di quel particolare

artefatto che è Internet.

In molti casi le diverse funzioni degli artefatti si intersecano e si sovrappongono. Mi ricordo a

questo proposito un vecchio, bellissimo documentario del video-antropologo Gardner, girato in

Papua New Guinea. Si era al tramonto: una giornata finiva. Nella capanna comune i maschi del

villaggio riponevano le proprie cose, archi, utensili. L’ultima luce del giorno filtrava e si abbassava

magicamente. Il documentarista ci faceva percepire un senso di domesticità e di calore, direi di

tenerezza, che si univa in modo strano all’esotismo dei corpi nudi segnati, degli astucci penici che

coprivano il membro maschile, delle ossa introdotte nella carne. Ed ecco che all’improvviso i

maschi, di diversa età, dai bambini fino ai vecchi, estraggono da dei contenitori degli “oggetti”

molto particolari: i teschi degli antenati o di valorosi guerrieri nemici uccisi. Il teschio viene

amorevolmente messo sul pavimento e diventerà così il cuscino per il sonno ristoratore, strumento

per il passaggio delle forze vitali degli ancestri all’interno del dormiente, ma anche simbolo dei

valori originari e della storia della tribù e segnale di comportamento per i giovani.

Al di là però di queste diverse specifiche funzioni, gli oggetti possono assumere significati

radicalmente opposti in termini di costruzione dell’identità, di sviluppo del sé personale e di qualità

dell’esperienza soggettiva. Essi possono cioè essere il mezzo, lo strumento per star bene, per

arricchire il nostro mondo interno, per farci sentire che il nostro stare al mondo ha un senso o

possono invece esaurire la loro funzione in termini di puro possesso senza nessuna rilevanza per la

nostra soddisfazione psichica ed esistenziale. In questo secondo caso siamo di fronte ad un

materialismo, cioè ad un uso e ad una attrazione degli oggetti, di tipo terminale.

Il materialismo terminale è connesso a una modalità di consumo degli oggetti basata unicamente

sulla necessità di possedere un numero sempre maggiore di cose, di avere, e quindi di controllare,

simboli di status e, in ultima istanza di consumare più energia, ambientale, fisica, ma anche

psicologica.

Nel caso del materialismo terminale, ad esempio, compriamo abiti, oggetti di arredamento,

elettrodomestici, telefonini, automobili, non in base a reali necessità o a un effettivo piacere nel

loro uso, ma unicamente per il fine ultimo di comperare, possedere e mostrare agli altri questo

possesso.

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In un certo senso, è come se gli oggetti usassero noi per riprodursi ed espandersi sul pianeta e noi

non controllassimo più l’uso degli oggetti stessi. Il consumo che ha come fine ultimo il puro

consumo di per sé diventa così una specie di febbre che consuma ogni tipo di energia, non solo

mentale ma anche fisica. Si tratta cioè di una sorta di espropriazione delle nostra energia psichica

che diventa incapace di decidere le strategie di rapporto con le cose, e di collegarlo con i nostri

effettivi bisogni e con le nostre motivazioni profonde.

Il materialismo terminale comporta però anche un altro grave pericolo. Il desiderio del possesso di

oggetti di per sé, è potenzialmente senza limite, in quanto non regolato da un sistema di significati

legati al sé, agli altri e alla società. Ciò può comportare una richiesta di oggetti infinita. Questi

oggetti vanno però prodotti, è cioè necessario usare materie prime e energia per la loro produzione.

Ecco quindi l’altro pericolo e cioè e un consumo di energia non rinnovabile e di materie prime

essenziali (pensiamo ad esempio agli idrocarburi e al legname) senza fine con gravi pericoli

connessi alla deplezione ambientale, all’inquinamento e, in ultima analisi, con un rischio terribile

per lo sviluppo sostenibile del pianeta. Vi racconto un esempio al riguardo. Mi è capitato qualche

volta di visitare Simi, splendida piccola isola greca del Dodecanneso che si adagia in un golfo turco.

Arrivando dal mare si ammira lo spettacolare paese che si sviluppa in una specie di fiordo ed è

caratterizzato da pregevoli architetture di stile veneziano. Colpisce anche l’aspetto totalmente brullo

e secco dell’isola che appare come una montagna pietrosa senza vegetazione. Visitando l’interno si

nota la presenza di numerosissimi monasteri ortodossi, alcuni piccolissimi altri molto grandi, indice

di una antica e sicura ricchezza. Così infatti fu. Simi fu nota nel Mediterraneo, fino all’inizio del

milleottocento, per i suoi cantieri navali che costruivano grandi e veloci battelli a vela. Ciò era

dovuto sia alla grande maestria dei costruttori ma anche al fatto che l’isola era completamente

coperta da foreste, che fornivano il legname pregiato per la costruzione delle imbarcazioni! I

cantieri utilizzarono senza criterio e senza un progetto di rimboschimento efficace tutti gli alberi.

Quando verso la metà dell’ottocento, la comparsa di grandi bastimenti a vapore diminuì

drasticamente l’importanza delle imbarcazioni da trasporto a vela costruite nell’isola, questa

cominciò la sua decadenza che durò fino alla comparsa del turismo. Un uso sconsiderato delle

risorse naturali non permise la riconversione della principale ricchezza (il legname ormai

scomparso) verso altre forme, come ad esempio il commercio per altri utilizzi.

Tornando al materialismo terminale occorre dire che esso comporta anche un altro pericolo3. Se le

nostre attività mentali e il nostro comportamento sono sempre più orientati al consumo materiale

rimangono meno attenzione e tempo da dedicare agli altri ambiti dell’esistenza e cioè alle relazioni

interpersonali profonde, l’amore, la solidarietà, l’arte, la religione, il rapporto con la natura. E’

come se si diventasse rallentati o addirittura impossibilitati ad ottenere felicità dagli ambiti

immaterialistici della vita. Pensiamo, al riguardo, a tutta la riflessione sull’uso dei centri

commerciali da parte delle famiglie o sui rapporti di identificazione collettiva collegati all’uso

comune dello stesso marchio, come ad esempio la Coca-Cola o la Nike4. E’ davvero positivo il fatto

che una famiglia della classe media utilizzi gli spazi pubblici dei Centri Commerciali, spendendo

un’intera giornata del fine settimana, non solo per comperare ma anche per stare insieme? I rapporti

affettivi che si sviluppano in queste occasioni sono davvero significativi, portano a conoscenza

reciproca, stabiliscono legami? O invece allontanano dalla possibilità di capire davvero i desideri e

gli scopi propri e dei famigliari?

D’altro canto, il sentire di appartenere a una comunità globale perchè usiamo lo stesso marchio di

scarpe o beviamo la stessa bibita rinsalda effettivamente i ponti tra le persone e tra i popoli? Il

ragazzo africano che vuole vestirsi come quello newyorkese esprime senz’altro un proprio diritto

ma soddisfa davvero anche un proprio desiderio? Siamo davanti ad un tema complesso e non è un

3 Questo tema è da tempo sottolineato da autori di area sociologica come lo svedese Stephen Linder (Linder S., 1970,

The harried leisure class, New York: Columbia University Press) o di area psicologica come lo stesso Csikszentmihalyi

(Csikszentmihalyi, 1999)

4 E’ ovvio in questo senso rimandare al famoso libro di Naomi Klein No Logo (2000)

11

caso che, di fronte ad esso, abbiamo introdotto più volte la parola desiderio. E’ forse questa la via

da seguire e che cercheremo di sviluppare. La motivazione personale, la buona qualità dell’

esperienza soggettiva, il sentimento di provarsi autonomi ma al contempo parte di una comunità e

di un mondo più ampi potrebbero essere le direzioni che ci indicano se stiamo seguendo o meno la

via di un rapporto con le cose consapevole e dotato di senso per noi stessi.

Isaac B. Singer, lo scrittore premio Nobel per la letteratura, ha scritto, fra gli altri, un bellissimo

racconto intitolato I piccoli ciabattini (1966). In esso si narra la storia di Abba anziano ciabattino

ebreo della Mittleeuropa i cui figli, guidati da Gimpel il suo successore come calzolaio, partono per

l’America. Lì arrivati negli anni fanno fortuna impiantando un calzaturificio nel New Jersey. A quel

punto chiedono al padre, rimasto nel paese di origine, Frampol, a fare il ciabattino, di raggiungerli.

Il vecchio Abba,parte allora da Frampol e con un lungo viaggio arriva finalmente dai famigliari

festanti. La nuova casa è ricca e bella, il tenore di vita, il cibo, i quadri, le auto sono impensabili se

paragonati a quelli lasciati nella casa della vecchia Europa. Il calzaturificio va a gonfie vele e i

guadagni sono buoni. I figli, le nuore, i nipoti sono cari e affettuosi.

Ma qualche cosa, piano, piano non va…. Abba diventa sempre più chiuso, triste, disinteressato, fino

ad ammalarsi: “Rimase a letto per molte settimane, ora cosciente, ora vaneggiando, e

addormentandosi a intermittenza come se avesse la febbre. Gli mancava perfino la forza di recitare

le preghiere” (p.125). Ma un giorno accade che Abba con le poche energie rimaste, scopre un sacco

sdrucito: vi sono riposti i vecchi attrezzi da calzolaio, artigianali, portati da Frampol. Ecco che un

raggio nuovo compare sui suoi occhi. Abba riprende a lavorare, alla vecchia maniera, con passione

e piacere; giorno dopo giorno rifiorisce, fino a stare completamente bene. I figli nel tempo libero si

affiancano a lui nel lavoro manuale, condividendone la gioia e provando emozioni sconosciute: il

piacere di lavorare, la ricompensa di un’attività scelta e amata indipendentemente dal guadagno

materiale che essa comporta.

Questo racconto ci porta nella dimensione del materialismo strumentale, quello dotato di senso. Il materialismo strumentale è quello per cui il possesso di oggetti è il mezzo essenziale per scoprire e sviluppare scopi personali e sociali. Gli oggetti sono allora gli strumenti (di qui il nome di questo tipo di materialismo) usati per realizzare questi scopi.

In questo tipo di materialismo c’è un senso di direzionalità attraverso la quale gli scopi della

persona possono essere coltivati e raggiunti mediante le transazioni con gli oggetti.

Questo però non significa che il possesso delle cose è solo un mezzo per raggiungere scopi futuri.

Esse possono infatti produrre un piacere immediato perché permettono esperienze positive di per sè.

Immaginiamo una persona che conservi, negli anni, un determinato oggetto, ad esempio un vecchio

golf, ormai usato pochissimo, regalato da un genitore in gioventù. Il significato e lo scopo di questo

comportamento potrebbe essere quello di contribuire a fornire un senso di continuità nelle diverse

fasi della vita di quella persona. Accanto a ciò c’è però anche il piacere di indossare quel golf

ricordando momenti felici del passato, comunicando ciò agli altri e provando, in quel momento,

un’esperienza positiva.

In altri termini si può dire, in modo più preciso, che questo tipo di materialismo si basa su due

fondamentali processi psichici: la motivazione intrinseca e il sentimento di autodeterminazione.

La motivazione intrinseca è quella per cui noi agiamo in una situazione spinti unicamente

dall’essere in quella situazione, senza altra ricompensa di tipo esterno (almeno nella nostra

percezione immediata)5. Mi sembra che il modo più facile per cogliere questo stato sia quello di

rimandare all’esperienza libera del gioco, alle situazioni di piacere disinteressato che si prova

quando si fa uno sport liberamente scelto o si legge un libro completamente coinvolti nella lettura.

Alcuni autori chiamano le attività che permettono questa esperienza autoteliche (che sono cioè

scopo di se stesse, seguendo l’etimologia dal greco antico).

5 Per l’approfondimento dei concetti di motivazione intrinseca e di autodeterminazione rimandiamo a Deci (1975), Deci

e Ryan (1980), Deci e Ryan (1985), Inghilleri (1995)

12

Perché si verifichi lo stato di motivazione intrinseca devono essere presenti due sentimenti: ci si deve sentire autonomi e competenti. In altre parole, la motivazione intrinseca insorge quando la persona percepisce che sta scegliendo attivamente e che è in grado, grazie alla messa in gioco di tutte le sue capacità, di far fronte pienamente alle richieste del momento.

Questo senso di autonomia è importante anche in casi in cui lo stato immediato di motivazione

intrinseca non è presente ma la persona sente comunque di poter decidere in modo consapevole

rispetto ai suoi scopi. Pensiamo al caso di un lavoratore, un infermiere ad esempio, che in una certa

fase della sua vita non provi, nel quotidiano, pieno piacere a svolgere la sua attività ma percepisca

che comunque il suo lavoro corrisponde pienamente a dei fini che lui ha scelto attivamente e che

reputa assolutamente desiderabili e importanti (ad esempio aiutare e curare gli altri). Siamo anche in

questo caso di fronte a un comportamento autodeterminato, pur in assenza di motivazione intrinseca

(il nostro ipotetico lavoratore non si gode infatti, in questo caso, la quotidianità del lavoro).

L’uso degli oggetti che si basa sulla motivazione intrinseca e sull’autodeterminazione corrisponde

al materialismo strumentale: uso quel vestito, adopero quell’utensile perché mi fa piacere usarli e

mi fa piacere usarli perché sento che sto scegliendo liberamente di farlo (questo è il lato

dell’autodeterminazione) e perché il loro utilizzo mi richiede un uso delle mie capacità tanto quanto

io sento di averle a disposizione in quel momento (questo è il lato della competenza). Un buon uso

degli oggetti sembra quindi essere caratterizzato, da questo punto di vista, da un elemento

relativista, nel senso che la mia esperienza sarà più o meno buona e sensata anche in funzione delle

richieste ambientali e delle mie esperienze passate. E’ quindi un processo che dipende da

un’interazione positiva con il contesto, al contrario del materialismo terminale nel quale non c’è

alcun sentimento di relazione armonica tra l’oggetto e gli scopi e le caratteristiche personali.

E’ d’altro canto evidente che la cultura influisce moltissimo sullo sviluppo di un tipo di

materialismo piuttosto che dell’altro. Sarebbe fin troppo scontato riflettere sulle caratteristiche della

società occidentale contemporanea così orientata, come già più volte sottolineato, verso il possesso

e il consumo di beni materiali. Prendiamo il tema, invece, dall’altro versante ricordando brevemente

due esempi. Come è noto il grande pensiero del Mahatma Gandhi fu caratterizzato, oltre che dalla

pratica non violenta e dalla disubbidienza civile di massa, dall’idea che il villaggio rurale dovesse

rimanere alla base della società indiana. Il villaggio veniva inteso come un sistema di sussistenza

(sia dal punto di vista sociale che economico) in grado di porre le basi per la lotta alla fame e per lo

sviluppo della nazione. Il simbolo di questa impostazione fu un artefatto, un oggetto materiale e

cioè il telaio! Presente nei villaggi di tutta l’India, il suo uso da parte delle donne simbolizza la

possibilità di una sussistenza autonoma, basata anche sul ruolo femminile, e che si realizza

attraverso il lavoro quotidiano, così come il lavoro agricolo nelle piccole proprietà rurali che

permette la sopravvivenza alimentare: il telaio come unica ricchezza materiale che in cambio dà la

libertà di attendere alle pratiche spirituali e comunitarie di cui l’India è così ricca ancora oggi.

La figura stessa di Gandhi, la sua nudità coperta solo dal lenzuolo bianco del dhoti, la sua pratica

alimentare strettamente vegetariana e naturale, oltre che scarna, sembrano impersonare la visione di

un rapporto con le cose finalizzato alla ricerca di ricchezza interiore.

Se facciamo un volo lontano e dall’India ci rechiamo nelle pianure e nelle colline del sud ovest

degli attuali Stati Uniti d’America, in Arizona e Nuovo Messico, troviamo un altro esempio

illuminante. Per diversi anni ho passato dei periodi in quell’area, tra la tribù Navajo, per una ricerca

sul campo di psicologia transculturale6. Il concetto di proprietà, per i Navajo, è molto particolare.

Pur vivendo appieno al cento di un paese come gli U.S.A., essi hanno un’idea collettivistica della

proprietà di ciò che per loro è più sacro e cioè la terra. Essa è bene comune della tribù, indivisibile,

anche legalmente: racchiude infatti forze spirituali, gli spiriti degli antenati e dei fondatori mitici

della tribù, senza le quali la tribù non potrebbe vivere e trovare la forza e il senso della sua stessa

6 Per chi fosse interessato a queste ricerche rimando a Massimini, Inghilleri, 1982; Inghilleri, 1986a; Inghilleri, 1986b;

Inghilleri, 1988; Inghilleri, Delle Fave, 1996.

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esistenza! Ciò naturalmente vale anche per le risorse minerarie che il terreno nasconde e che

vengono così sfruttate in modo comunitario. Diverso è il discorso per l’uso di superficie della terra:

esso è di chi ha dimostrato e dimostra di potere utilizzare, in genere per il pascolo, il terreno.

L’idea stessa di proprietà è quindi regolata dai principi spirituali e religiosi e ciò permea l’intera

concezione di possesso materiale che, ad esempio, non deve essere eccessivo o troppo contaminato

dai valori della società “bianca”. Il contatto smodato con quest’ultima e con l’intero mondo nonnavajo

può essere fonte infatti di malattia e di scompenso fisico, psicologico e spirituale. Ecco

quindi che ciò che basta all’individuo sono le poche cose personali da potersi trasportare facilmente

e un uso degli oggetti che serva alla sopravvivenza e non ostacoli la vicinanza agli elementi

spirituali fondanti della cultura7.

Senza andare così lontano, anche la cultura europea è ricca di esempi dello stretto rapporto tra

cultura e qualità di materialismo. Ce lo mostra ad esempio Isabella Cisikszentmihalyi (1996) in un

bello studio sulle ragioni psicologiche e culturali della fortuna dei Gesuiti nel primo periodo dopo

la loro fondazione da parte di Ignazio di Loyola. I Gesuiti furono in grado di sviluppare

un’istituzione (quindi essa stessa un artefatto materiale) caratterizzata da regole e rapporti con le

cose che attrassero l’attenzione volontaria di tanti uomini capaci. Il modo di pensare, di pregare, di

comportarsi creava la possibilità di sperimentare un senso pieno di sè, un sentimento di messa in

gioco delle proprie capacità e di agire pienamente nel mondo concreto e spirituale. Aspetto

fondamentale è che il corpo di regole che strutturava l’energia psichica dei Gesuiti era ben integrato

con la realtà culturale del periodo: la fiducia nella ragione, l’enfasi sull’autonomia individuale e

sull’istruzione, l’attenzione alle realtà sociali e politiche resero la Compagnia adatta alla visione del

mondo della Controriforma. L’intero processo è quindi caratterizzato dal fatto che gli artefatti

(l’istituzione, le regole, i beni posseduti) si fondavano sulla loro capacità di dare senso alle persone:

erano strumenti per raggiungere stati di coscienza individuali ottimali e scopi sociali condivisi e

scelti autonomamente. Il complesso insieme di artefatti, propri dell’istituzione gesuitica, è

l’esempio quindi di un materialismo strumentale, dotato di senso.

Il doppio destino degli artefatti

Abbiamo visto come gli oggetti hanno una profonda relazione con la nostra identità: in molti casi,

quelli caratterizzati dal materialismo strumentale, essi ci permettono esperienze positive e

favoriscono la nostra crescita personale. Ma per comprendere appieno il rapporto tra mente e

artefatti bisogna considerare non solo l’influenza che gli oggetti hanno sulle persone ma anche il

lato opposto di questa relazione e cioè l’effetto importantissimo che i processi mentali hanno

sull’esistenza stessa e sulla “sopravvivenza” delle cose.

Come ben mostrato da tempo da autori come Monod8, gli oggetti possiedono una doppia

caratteristica o, in termini più tecnici, un doppio statuto. Infatti essi appartengono senz’altro al

mondo della materia inorganica, non vivente: sono fatti di carta, di pietra, di legno, di metallo, di

stoffa, di fibre o materiali sintetici e così via.

D’altro canto, essi sono però il risultato di forze esterne applicate a questi materiali inorganici. Gli

artefatti cioè non si riproducono e non si formano da soli, autonomamente, ma dipendono

dall’investimento di energia psichica degli individui che li hanno ideati e prodotti e che poi li

mantengono.

Essi sono, in questo senso, profondamente connessi al mondo vivente e alla mente degli esseri

umani. E’ solo se una serie di esseri umani progetta un artefatto, poi lo costruisce, lo mette in

vendita e poi qualcun altro lo sceglierà, lo acquisterà, lo terrà in ordine e lo manterrà che questo

7 Questo aspetto è d’altronde presente in molte società nomadiche o, come i Navajo, semi-nomadiche.

8 Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, fu anche un grande teoretico: il suo più noto volume, Il caso e la

necessità (1970), rappresenta una pietra miliare anche per le scienze del comportamento

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artefatto vive e si trasmette nel tempo. Un libro, ad esempio, deve essere concepito, scritto,

stampato, venduto, acquistato, letto, conservato.

Gli oggetti materiali sono quindi situati in una specie di spazio intermedio tra il mondo non vivente

e il mondo vivente. Sono costituiti da materiali inorganici ma sono in un certo senso tenuti in vita

da esseri organici, dalle persone, da ognuno di noi.

Questa doppia proprietà dà luogo, per le cose, a due possibili tendenze, a due possibili destini.

Le scienze fisiche infatti ci dicono che la materia non vivente, se lasciata priva di forze esterne, va

verso l’entropia, vale a dire verso il disordine, la perdita di informazione al suo interno,

l’omogeneità. Per esempio se lasciamo un utensile all’aperto e non lo ripariamo, non lo

manteniamo, dopo un certo tempo quell’oggetto si deteriorerà, si sgretolerà, diventerà ruggine o

polvere, perdendo la sua forma, le sue caratteristiche e in ultima analisi il progetto che lo

caratterizzava. E ciò vale per ogni artefatto.

D’altro canto il mondo vivente degli artefici, di noi umani e delle nostre menti, ha un'altra, e

opposta, proprietà fondamentale: esso tende all’aumento della complessità, dell’informazione

interna, dell’ordine tra le parti che si differenziano sempre più: pensiamo in questo senso alle

straordinarie trasformazioni e allo sviluppo del corpo umano a partire dal concepimento e alle sue

formidabili capacità di differenziazione e di crescita a partire dalla prima cellula fecondata! Ma

pensiamo anche alla mente di un neonato e il suo sviluppo nel tempo, bambino, adolescente,

adulto.

Questa proprietà degli esseri umani è opposta all’entropia e viene perciò chiamata entropia negativa

o neghentropia. E’ una proprietà fondamentale per il destino degli artefatti perchè essa si può

trasferire, sugli artefatti. Ecco allora che se l’artefatto attira l’energia psichica e il comportamento

delle persone esso non solo si manterrà, ma tenderà a diventare sempre più complesso, sofisticato e

ricco di informazione. Pensiamo alla prima macchina fotografica o alla prima automobile e agli

apparecchi digitali e alle automobili attuali: quale enorme aumento di informazione al loro interno!

Quale ricchezza di funzioni (come può ben risultare dalla lettura di un qualsiasi libretto di istruzioni

odierno)! E’ come se le cose ricevessero la tendenza alla complessità e alla neghentropia propria

degli esseri viventi che li producono, li usano e li mantengono.

Questa considerazione apre la via ad una conseguenza importante. Abbiamo detto all’inizio di

questo libro che con il termine artefatto intendiamo non solo gli oggetti materiali ma tutte gli enti

non viventi e quindi anche quelli immateriali come ad esempio un gruppo di persone, una famiglia

o un sistema di idee. Ecco allora che la doppia proprietà, l’ambivalente destino di cui abbiamo

appena parlato vale anche per artefatti complessi, come ad esempio una comunità, un’istituzione,

una ideologia, un sistema politico, un codice legale, un sistema artistico.

Se non mi prendo cura di un’organizzazione o a un gruppo a cui appartengo e non partecipo

attivamente alle sue attività, se non mantengo viva l’attenzione e la mia adesione a un’idea, se non

pratico davvero una religione, se non applico o mi conformo giorno dopo giorno alle leggi, e se

anche gli altri faranno nello stesso modo, tutti questi artefatti tenderanno a perdere significato ed

informazione interna: quel gruppo, quell’idea, quella religione, quello stato con le sue leggi,

potrebbero scomparire.

Se invece investiamo la nostra attenzione, la nostra motivazione, il nostro comportamento verso

quel gruppo, quell’idea, quella religione, quella legge, essi si manterranno e tenderanno a crescere,

a svilupparsi e trasmettersi nel tempo, anche alle generazioni future. Ecco allora perché il concetto

di povertà Gandhiano o quello di proprietà comune dei Navajo, di cui abbiamo parlato, sono ancora

vivi. Questi sistemi sociali e di idee riescono, nel fluire della storia e dei giorni, ad attirare i processi

psichici delle persone che così li interiorizzano e si comportano di conseguenza, riproducendo in

questo modo quell’informazione culturale, quegli artefatti ideologici e sociali. Gli artefatti

rimangono quindi attivi e anzi possono anche aumentare di complessità nel momento in cui

vengono trasformati e resi adatti ai tempi attuali.

Vista l’importanza dell’argomento facciamo qualche altro esempio. In termini istituzionali ricordo,

in Italia, la nascita e rapida ascesa di certe organizzazioni umanitarie e di volontariato come

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Emergency. L’idea, la passione e la motivazione di poche persone, e del dottor Gino Strada in

particolare, si è concretizzata non solo nell’opera di singoli chirurghi di guerra ma anche nella

creazione di un’organizzazione come, appunto, Emergency. I valori e gli scopi di questo artefatto

sono stati e sono capaci di attirare attenzione e comportamenti di molte persone. L’organizzazione

si è così sviluppata, altri artefatti sono stati creati: ospedali, centri di riabilitazione in diversi paesi.

Emergency è diventata una organizzazione pubblicamente conosciuta e complessa.

Lo stesso processo interessa altre famiglie di artefatti, per esempio quelli d’uso quotidiano.

Pensiamo a quanti oggetti, assolutamente abituali per la gente, sono scomparsi quando hanno perso

il loro valore d’uso o simbolico e non sono stati più investiti di attenzione da parte della

popolazione.

La moda è particolarmente ricca di esempi al riguardo: abiti come la redingote o vestiti femminili

imbustiti sono scomparsi, ma così anche capi che sono stati di gran moda più recentemente come

l’eskimo o gli eleganti completi femminili chiamati pigiama-palazzo (salvo certi recuperi legati a

nuovi fenomeni di consumo vintage). Ma ricordiamo anche altri tipi di oggetti oggi pressoché

inutilizzati come ad esempio i vasi da notte, assolutamente normali nelle case ottocentesche senza

servizi igienici, le penne d’oca per scrivere con l’inchiostro, le lampade a petrolio, la carta carbone

copiativa e potremmo continuare a lungo.

D’altro canto, assistiamo alla rapidissima comparsa di nuove tipologie di artefatti che possono

espandersi addirittura globalmente. Abbiamo già ricordato Internet, che segue la diffusione della

televisione e dei personal computer, ma potremmo citare anche certi fenomeni musicali, certi film,

certi marchi e i prodotti ad essi collegati.

In conclusione si può dire che il doppio statuto degli artefatti si manifesta in due modi.

Da un lato essi producono informazione e significati, dall’altro contengono informazione e

significati. Artefatti come la famiglia o come un vestito alla moda, ad esempio, da un lato

prescrivono comportamenti e forniscono continuamente alle persone importanti significati che

conferiscono sicurezza e identità. D’altro canto quegli artefatti incorporano regole, valori,

concezioni della vita depositati attivamente da chi li ha concepiti e creati9.

Da quanto detto risulta evidente lo stretto rapporto tra gli artefatti e i processi psicologici, il

comportamento, e la costruzione della personalità. Gli artefatti possono essere dotati di senso o

esserne completamente privi per la persona e i suoi gruppi.

L’importanza dell’esperienza soggettiva e il flusso di coscienza

Quanto abbiamo detto a proposito dell’ambivalenza degli artefatti ci porta a una questione di fondo:

perché indirizziamo i nostri processi mentali verso certi oggetti e non verso altri? Perché alcuni ci

piacciono e altri no? Come mai alcuni sono amati e altri abbandonati? Certo, abbiamo visto, la

ragione è perché alcune cose ci forniscono significato, ci fanno sentire una potente e positiva

connessione con la nostra identità, con noi stessi e la nostra storia. Ma perché questo avviene? Su

quali processi mentali specifici si basa?

Potremmo rispondere che il significato degli oggetti dipende dalla qualità dell’esperienza

soggettiva che essi producono10

Come abbiamo visto, gli artefatti non si producono e si mantengono da soli. Essi derivano

dall’applicazione dei processi psichici degli individui. Ricerchiamo e usiamo attivamente un

oggetto per raggiungere scopi personali (come nel caso del materialismo strumentale) se la

9 E’ intereessante notare che queste proprietà sono sovrapponibili aquelle dei feticci dei guaritori delle società

tradizionali che abbiamo descritto in precedenza!

10 Mi sembra completa la seguente definizione di esperienza soggettiva fatta da Csikszentmihalyi, perché tiene conto dei

diversi aspettio della mente e sia del mondo interno che della relazione con il contesto: " L’esperienza soggettiva si

sviluppa nella coscienza e consiste in cognizioni, emozioni, sentimenti, cioe' informazione, proveniente dal mondo

esterno e dal mondo interno, in grado di produrre cambiamenti discriminabili nello stato di consapevolezza: focalizzare

l' attenzione sulla interrelazione dei dati nella coscienza e' cio' che noi chiamiamo esperienza" (Csikszentmihalyi, 1982,

p.15).

16

relazione con quell’oggetto permette una buona qualità dell’esperienza, dal punto di vista sia

cognitivo che emozionale. Un artefatto attira la nostra energia psichica (e quindi lo compreremo,

lo adotteremo e lo conserveremo) se esso dà buona esperienza.

La psicologia ha da tempo sottolineato l’importanza dell’esperienza immediata per il nostro

comportamento, a partire dagli studi pionieristici di William James (1890). E’ però vero che in

Europa, e anche in Italia, l’importante influenza del pensiero psicoanalitico e la sua attenzione ai

processi innati e alle prime esperienze infantili hanno condotto il pensiero psicologico a una

prospettiva più attenta alle cause lontane (o distali) del comportamento che a quelle legate alla

qualità dell’esperienza in atto per la persona nel “qui e ora” della sua vita.

Negli ultimi decenni del ‘900 vi è stata però una rivalutazione degli aspetti immediati dei processi

psichici come causa del nostro comportamento. Ciò è stato sottolineato soprattutto dal punto di vista

cognitivo: la specifica organizzazione del pensiero, l’attivazione di particolari forme di

ragionamento o di particolari strategie decisionali nelle situazioni in atto possono essere alla base

delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. Ma, per molti psicologi, non è solo l’aspetto

cognitivo, razionale, che può spiegare il nostro essere nel mondo, il sentimento di noi stessi, il

nostro stare con gli altri. Occorre cioè una visione più ampia che tenga conto sia del nostro passato

e della nostra storia, sia degli affetti e delle emozioni, (come fa il pensiero psicoanalitico), sia degli

aspetti cognitivi come la memoria, l’attenzione o gli schemi di ragionamento (centro di interesse

della psicologia cognitivista), sia delle relazioni interpersonali e della cultura (al centro della

psicologia sociale e della psicologia culturale).

Alla base di queste prospettive c’è una visione dell’individuo non come puro essere razionale, né

come essere meramente biologico regolato dai geni ereditati e dai mediatori chimici cerebrali, né

come essere passivo rispetto agli stimoli ambientali, ma come persona che, partendo dalla propria

base biologica, attraverso la sua interazione con l’ambiente, costruisce attivamente e in modo

armonico con il contesto (cioè con la cultura, le altre persone, gli oggetti che lo circondano) la

propria identità.

Questo nucleo individuale si realizza attraverso cognizioni, ragionamenti, motivazioni, affetti nel

fluire della vita quotidiana, attraverso specifiche esperienze quotidiane.

Appare allora evidente la centralità della qualità dell’esperienza soggettiva nella costruzione del sé

personale e del comportamento. Il modo in cui ci sentiamo è collegato a svariati fattori: al nostro

passato, a come è organizzata la nostra mente nel “qui e ora” del momento specifico e a come ciò si

riesce a connettere con le nostre intenzioni, con i nostri scopi profondi, con ii nostri progetti. E’

importante quindi una relazione ordinata e complessa tra passato, presente e futuro.

In questo senso sono state sviluppate specifiche teorie che sottolineano come il comportamento

trovi la sua spiegazione e la sua origine nelle particolare organizzazione mentale in atto in una

specifica situazione. Si tratta di approcci in qualche modo attenti più agli aspetti fenomenici

dell’esperienza che alle radici lontane dei nostri comportamenti, radici che, peraltro non vengono

negate. Si potrebbe dire che io mi comporto in un certo modo o, tornando al nostro tema, che io

scelgo e amo certi oggetti o certe idee, perché tale comportamento e tale scelta mi danno un’

esperienza di per sé buona, organizzata, in quanto collegata a ciò che sta avvenendo in quel

momento, al mio passato e ai miei scopi futuri.

Di particolare importanza in questo senso è la teoria dell’esperienza soggettiva ottimale o flusso di

coscienza (flow of consciousness) elaborata da Mihaly Csikszentmihalyi, presso l’Università di

Chicago dove egli dirigeva il Dipartimento di Scienze del Comportamento11. Questa teoria ha

11 Numerosissime sono le opere di Csikszentmihalyi sul flusso di coscienza, purtroppo però poche sono al momento

tradotte in italiano. Citiamo le fondamentali: Csikszentmihalyi M. , (1975), Beyond Boredom and Anxiety, Jossey-Bass,

S. Francisco; Csikszentmihalyi M., Csikszentmihalyi Selega I. (a cura di) (1988), Optimal experience. Studies on flow

of consciousness, Cambridge University Press, Cambridge, Mass.; Csikszentmihalyi M. (1990), Flow. The psychology

of optimal experience, Harper&Row, New York,; Csikszentmihalyi M. (1997), Finding Flow, Basic Books, New York;

il già citato Csikszentmihalyi M., Schneider B. (2002), Becoming Adult, trad. ital Diventare adulti, Raffaello Cortina

17

evidenziato il rapporto tra vita passata dell’individuo, motivazione, cognizione, emozioni ottimali e

sviluppo della cultura materiale e delle idee. Essa è ormai ampiamente riconosciuta tanto da essere

diventata a pieno titolo una voce del Dizionario di Psicologia dell’ Oxford University Press che

riporta solo le teorie e i principi fondanti della psicologia scientifica12

Per descrivere cosa è il flusso di coscienza penso sia utile partire dalle nostre esperienze personali.

Proprio adesso, mentre sto scrivendo questo libro, posso trovarmi in situazioni assolutamente

differenti. Alcune volte sono concentratissimo, la scrittura scorre veloce, seguendo, quasi

automaticamente il pensiero. Passo ore davanti alla tastiera del mio computer e non me ne accorgo;

mi piace essere lì e, quando finisco sono soddisfatto, come riempito dall’esperienza di scrittura.

Altre volte sono in una situazione diametralmente opposta: non riesco a stare a lungo al tavolo,

penso ad altro, mi interrompo continuamente preso da problemi che non c’entrano con la scrittura

ma con la famiglia o con il lavoro in università. Continuo a fermarmi pensando a ciò che ho scritto,

valutando se mi piace quella frase oppure no.

Queste due opposte situazioni possono verificarsi in tanti, direi in tutti gli ambiti della nostra vita.

La prima situazione viene percepita come bella, ricca, soddisfacente. La seconda come noiosa,

ansiogena, non particolarmente attraente. La prima può indirizzarci verso la comprensione

dell’esperienza di flusso di coscienza.

Pensiamo a quando vediamo un bel film e ne siamo totalmente coinvolti: nel buio della sala ci

dimentichiamo della quotidianità e dei nostri problemi, completamente immersi nella trama e nei

sentimenti dell’opera. Pensiamo a quando ascoltiamo, completamente coinvolti, una musica che

amiamo. Pensiamo a quando siamo di fronte alla bellezza entusiasmante di uno spettacolo naturale,

come certi tramonti sul mare o in montagna: siamo completamenti immersi nella situazione, stiamo

bene, siamo consapevoli di noi e dell’ambiente naturale con il quale ci sembra di essere quasi fusi.

Pensiamo a quando stiamo bene con una persona, quando la relazione si svolge facilmente e

parliamo con lei, comunichiamo, magari facciamo l’amore, con intensità e senza preoccupazioni,

completamente immersi nella relazione, con un sentimento di essere completamente adeguati,

completamente ”a posto”. E’ come se il contesto, l’altro, il mondo esterno ci chiedessero di dare

tanto quanto noi ci sentiamo di poter e dover dare in quel momento. Vi è così un senso di equilibrio,

di connessione, di armonia; sentiamo di controllare pienamente, e piacevolmente, la situazione, ma

senza sforzo, anche se con intensità. Ecco, questa esperienza è qualche cosa di vicino al flusso di

coscienza. Potremmo citare tante altre situazioni simili, diverse per ciascuno di noi: lo sport, la

preghiera, stare con un figlio, leggere un libro amato e tanti, altri diversi momenti in cui ogni

persona scopre, più o meno frequentemente, un’esperienza intensa ed ottimale.

Il flusso di coscienza, denominato anche esperienza ottimale, è uno specifico stato di coscienza che si manifesta quando cognizione, emotività e motivazione funzionano in maniera interagente e integrata, rispondendo sia alle richieste provenienti dal mondo esterno sia a quelle del proprio

mondo interno. La qualità dell'esperienza che ognuno di noi vive è allora in stretta relazione sia con

lo sviluppo del proprio sé sia con la cultura del gruppo a cui si appartiene.

Nel flusso di coscienza tutta l'energia psichica viene investita nell'esperienza in atto e il soggetto

sperimenta sensazioni di autodeterminazione e competenza.

Perché ciò avvenga deve essere presente una serie di condizioni che ora elencherò. Il loro ordine di

esposizione è puramente casuale: tutti gli elementi e i processi che descriveremo devono essere

attivi contemporaneamente e senza conflitto tra di loro.

Editore, Milano, 2002; Csikszentmihalyi M. (2003), Good business: leadership, flow, and the making of meaning,

Viking, New York

12 Per l’edizione più recente si veda Colman A. (ed.) (2002) , A Dictionary of Psychology , Oxford: Oxford University

Press

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scopi chiari

feedback immediato

equilibrio tra sfide e capacità

concentrazione sulla situazione

assenza di auto-osservazione

immersione tra azione e consapevolezza

senso di controllo automatico

sensazione del tempo alterata

presenza di motivazione intrinseca

stato affettivo positivo

assenza di noia

assenza di ansia

SCOPI CHIARI – la situazione è chiara; la persona sa con chiarezza e senza sforzo cognitivo cosa

deve essere fatto .Questa dimensione dipende sia dalle caratteristiche della persona che da quelle

del contesto

FEED-BACK IMMEDIATO – la situazione dà chiari segnali, chiari riscontri, permettendo la

percezione precisa di come stanno andando le cose.

EQUILIBRIO SFIDE / CAPACITA' - le opportunita' di azione e le richieste del mondo esterno

sono percepite in equilibrio con le capacita' interne a disposizione per farvi fronte.

CONCENTRAZIONE SULLA SITUAZIONE IN ATTO - gli stimoli irrilevanti scompaiono dalla

coscienza: tutta l'attenzione e' focalizzata sulla situazione in atto; preoccupazioni e conflitti sono

temporaneamente eliminati.

ASSENZA DI AUTO-OSSERVAZIONE - il soggetto non modula, come osservandosi dall' esterno,

il proprio comportamento. C'e' una trascendenza dei confini dell' Io, associata a un senso di crescita

personale e di far parte di in "tutto" piu' ampio.

IMMERSIONE RECIPROCA TRA AZIONE E CONSAPEVOLEZZA - e' presente un senso di

"fusione" consapevole, ordinata e reversibile tra il se' e l' ambiente.

SENSO DI CONTROLLO AUTOMATICO. – c’è il sentimento di controllare pienamente (e

piacevolmente) la situazione in atto. Il controllo e' detto automatico perche' avviene senza sforzo

cognitivo e senza auto-osservazione.

SENSO DEL TEMPO ALTERATO - il tempo sembra passare piu' lentamente o (piu' spesso) piu'

velocemente del normale.

PRESENZA DI MOTIVAZIONE INTRINSECA - l'esperienza diventa il motivo stesso del

comportamento; il soggetto permane nella situazione perche' essa lo ripaga pienamente: e' presente

un senso di motivazione intrinseca e autodeterminazione.

STATO AFFETTIVO POSITIVO – la persona si sente bene, coinvolta, socievole, con un senso di

integrazione e di pienezza.

ASSENZA DI NOIA – la situazione appare stimolante, permettendo la piena messa in gioco delle

proprie potenzialità e del proprio sé.

ASSENZA DI ANSIA – la situazione non dà stress, non suscita conflitto o timori: vi è la tranquilla

e intensa percezione di poter affrontare il mondo esterno con capacità e consapevolezza.

Questo insieme di dimensioni fenomeniche è stato definito flow (flusso), un termine che ricorre

sovente quando le persone descrivono esperienze ottimali (Csikszentmihalyi, 1990). Si parla quindi

di flow of consciousness o flusso di coscienza. Il termine flusso sottolinea la spontaneità e

l'apparente assenza di sforzo caratteristiche di questi stati, che sono però il risultato della

combinazione tra livelli alti di sfida e di abilità adeguate al compito in questione.

Nei diversi studi condotti (Csikszentmihalyi, op. cit.) viene dimostrato che quando siamo di fronte

ad esperienze di flusso, riscontriamo sempre una sensazione di attivazione e di integrazione con il

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mondo esterno e con gli altri: lo sforzo, la fatica e l'impegno richiesti dalla situazione sembrano

quindi sfociare in una sensazione di benessere.

Le conseguenze di questo stato esperienzale sui processi di sviluppo personale e sociale sembrano

essere imponenti. Appare logico che le persone cercheranno di ripetere i comportamenti e ricercare

i contesti che permettono il flusso di coscienza.

Il mondo interno individuale si costruisce allora intorno a dei nuclei che sono stati capaci di dare

senso ed esperienza positiva alla persona: i genitori, i coetanei, gli oggetti e le memorie domestiche,

la scuola e così via. La società, d’altro canto, cercherà di organizzarsi in modo da fornire questo tipo

di esperienza complessa e “buona” alle giovani generazioni nei momenti cruciali della

socializzazione come, appunto, la famiglia e la scuola (Berry, Poortinga, Segall, Dasen, 1992;

Csikszentmihalyi, 1993; Inghilleri, 1995, 1999; Massimini, Inghilleri, Delle Fave, 1996) 13.

Ciò vale tanto più per gli oggetti e l’intero processo si collega al doppio destino degli artefatti di cui

abbiamo parlato prima. Gli oggetti capaci di attirare l’energia psichica degli individui entrano e si

mantengono nella cultura e nella società; gli artefatti capaci di dare esperienza” buona”, come

appunto il flusso di coscienza, si riproducono nel tempo. La selezione psicologica degli individui

segue la via dell’esperienza ottimale.

La ricerca attiva del nostro benessere

Ritorniamo ora alla descrizione dell’esperienza ottimale. Abbiano detto che tutte le dimensioni che

caratterizzano lo stato di flusso di coscienza sono importanti e devono essere presenti

contemporaneamente perché esso si verifichi: siamo infatti di fronte ad un’esperienza complessa

composta, come un sofisticato mosaico, da fattori cognitivi (l’elevata concentrazione, il senso di

controllo automatico), motivazionali (la motivazione intrinseca), affettivi (le emozioni positive, lo

star bene, assenza di ansia e di noia).

Le ricerche però ci dicono che due delle dimensioni sono centrali perché la persona provi questa

esperienza ottimale: l’equilibrio tra richieste ambientali e le capacità che noi percepiamo di avere

per farvi fronte da un lato, e la motivazione intrinseca dall’altro.

La percezione di un bilanciamento ottimale tra sfide e capacità è essenziale in primo luogo per evitare l’ansia e la noia. Se sentiamo di dover affrontare un compito per cui non siamo preparati o che non corrisponde a ciò che abbiamo imparato nel nostro passato è facile che inizi lo stato emozionale tipico dell’ansia. Quando, d’altro canto, l’ambiente che ci circonda ci propone attività, situazioni, scopi di basso livello, inferiori a ciò che siamo abituati e poco stimolanti, è facile andare incontro a stati di noia.

In secondo luogo lo stato di equilibrio deve essere, si badi bene, momentaneo. Infatti esso è alla

base del possibile sviluppo del sé personale e del nostro comportamento. La situazione di equilibrio, pur soddisfacente all’inizio, ci permetterà e ci porterà dopo un certo lasso di tempo a ricercare nuovi contesti d’azione, nuove sfide e nuove opportunità: il bambino che ha imparato con soddisfazione un gioco ne cercherà uno più complesso; un lavoratore che ha svolto con benessere un compito ne potrà cercare uno più intenso e difficile; un artista che abbia raggiunto il limite che cercava è in grado allora di raggiungere con soddisfazione gradi più elevati nella sua opera. Alcuni autori (Csikszentmihalyi, 1990) parlano di un vero e proprio “nutrimento del sé”.

Abbiamo già visto in precedenza, parlando del materialismo strumentale, l’importanza che i

processi di autodeterminazione e la motivazione intrinseca hanno per il nostro benessere e per il

13 Appare evidente che, in termini generali, lo stretto rapporto tra socializzazione del bambino, qualità dei suoi processi psichici e sua appartenenza positiva la contesto sociale è stato sottolineato storicamente da tutta la psicologia dello sviluppo

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senso di vivere una vita dotata di significato. Ciò vale in ogni situazione e rende questa dimensione centrale per la nascita di una esperienza ottimale come il flusso di coscienza.

Vorrei aggiungere, in questo senso, un elemento importante. Gli autori che parlano di motivazione intrinseca hanno evidenziato il concetto di personalità autotelica (Csikszentmihalyi, Rathunde, 1993; Inghilleri, 1995, 1999) che nasce, secondo questi autori, da specifiche pratiche educative, ed in particolare dalla possibilità che il bambino riceva in modo armonico sia delle spinte verso l’autonomia, la scoperta dell’ambiente, la libera scelta, sia vincoli normativi, regole e limiti strutturanti da parte dei genitori e di chi lo circonda.

Questo tipo di personalità, rappresenta una grande risorsa per la via verso il benessere. La persona infatti è in questo caso capace di rileggere soggettivamente, in modo congruo, la realtà in modo da raggiungere un sentimento di equilibrio positivo tra se stessi e le richieste ambientali. Facciamo due esempi riportati dalle ricerche: Mihaly Csikszentmihalyi (1988) ci racconta il caso di un rocciatore professionista americano. Abituato alle sfide delle grandi scalate sulle grandi vette mondiali, con il trascorrere degli anni e il sopraggiungere della mezza età fu costretto ad abbandonare la pratica sportiva e a ritirarsi in una località di villeggiatura sulle Montagne Rocciose dove svolgeva il mestiere di guida per i turisti e di insegnante per i ragazzi che iniziavano l’alpinismo. All’inizio la guida piombò in uno stato negativo: non poteva più raggiungere l’intensità emotiva e la soddisfazione delle grandi scalate e trovava il suo lavoro poco eccitante e molto noioso. Quella persona fu poi in grado di operare un grande cambiamento di prospettiva. Cominciò a percepirsi non tanto come un rocciatore sportivo in declino ma come un maestro, un pedagogo per i giovani che si avvicinavano alla montagna e al senso profondo della natura. Siamo di fronte a quello che prima abbiamo chiamato una rilettura soggettiva della realtà: è come se il “gioco” fosse cambiato e attraverso quel nuovo gioco, quello di essere un maestro, si apre la via per la scoperta di nuovi percorsi, nuovi soddisfazioni, gioie e lo sviluppo del sé.

Antonella Delle Fave (1996) ci dà un altro emozionante e più complesso esempio di personalità

autotelica. In un suo studio sulle dinamiche psicologiche connesse a gravi disabilità derivanti da

lesioni midollari (paraplegie a seguito di incidenti d’auto, sportivi, ecc.) ci mostra le formidabili

capacità psichiche connesse a questo tipo di personalità. Di fronte al tragico evento della paralisi

alcune persone riescono a non cadere in stati di chiusura, tristezza o depressivi e addirittura a

sviluppare nuove competenze, esperienze positive e un sentimento di sé più ricco ed elevato. Alcuni

paraplegici infatti riescono a scoprire nuovi impegni come attività di tipo sociale e di aiuto agli altri

(!), o originali momenti di intensa espressione di sé come ad esempio relazioni affettive più

profonde o attività di studio o di meditazione.

Anche in questo caso alcuni soggetti sono in grado di rileggere, in un certo senso creativamente, gli

eventi della propria vita e la realtà che li circonda, trovando nuove sfide e nuove capacità.

Il possedere una personalità autotelica è importante anche per un uso dotato di senso degli oggetti

materiali. L’uso personale e creativo delle cose è un’esperienza e una capacità che si impara fin da

bambini anzi, direi, è proprio di certe fasi dello sviluppo del bambino. Un bastone può diventare

un’arma spaziale o un cavallo da cavalcare nel Far West; una stoffa colorata d’azzurro può

diventare un cielo su cui navigare correndo e così via.

Questa trasformazione del significato abituale degli oggetti è naturalmente possibile anche per gli

adulti e alcune delle persone di cui parleremo nel nostro libro ce lo dimostreranno con chiarezza.

Oscar, l’eremita moderno che vive sulle colline del Lago di Garda, pulisce ogni giorno la stalla

delle sua pecore come per eseguire un rito antico, un rituale che significa rispetto per la natura, per

gli antichi muri dell’edificio e per la memoria delle generazioni dei contadini che vi hanno abitato.

Egli trasforma così quell’edificio in qualche cosa di più ampio che soddisfa sue profonde esigenze

psichiche, lo far star bene e corrisponde ai suoi valori e a ciò che crede.

Le famiglie di Villa Pizzone decidono non a caso di abitare in appartamenti in una cascina (altro

artefatto) tradizionale. Come vedremo, il fatto di affacciarsi tutti su uno spazio comune, quello

dell’aia, rappresenta simbolicamente il progetto sociale e spirituale di una comunità che vuole

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scambiare relazioni affettive ed economiche ai fini di una vita dotata di senso. Anche in questo caso

abbiamo una sorta di trasformazione psichica del significato di un oggetto (la casa), in funzione di

un progetto psichico (lo star bene) e comunitario (il perseguire certi scopi sociali).

I membri di un altro gruppo di cui parleremo, la comunità italo-senegalese Baifal, amano, specie

quando sono in Senegal, vestirsi con degli abiti colorati, a patchwork che loro stessi fabbricano

unendo pezzi di stoffa riciclata come moderni arlecchini. Con questo gesto l’abito viene trasformato

assumendo simbolicamente la funzione non solo e non tanto di divisa quanto di esempio del lavoro

dei membri della comunità e della loro libertà spirituale e di pensiero.

Tutti questi esempi ci mostrano come sia possibile un uso personale, creativo, autodeterminato

degli oggetti. Persone e gruppi sono in grado di rileggere attivamente il significato e l’utilizzo degli

artefatti che li circondano. Ciò rende possibile la nascita di un sentimento di benessere, di

esperienze ottimali tipo il flusso di coscienza e di un rapporto equilibrato con il mondo esterno che,

d’altro canto, apre la strada allo sviluppo delle persone e all’emergere di nuove prospettive di vita.

Siamo di fronte, se ci pensiamo bene, anche in questo caso alla potenza dell’investimento di energia

psichica sugli oggetti così come avevamo visto sottolineando il doppio destino degli artefatti.

L’oggetto materiale trova le sue proprietà e le sue caratteristiche anche in funzione del significato

che ciascuno di noi gli attribuisce ponendo attenzione su di esso e provando emozioni durante il suo

utilizzo.

D’altro canto, la relazione tra artefatti e esperienza soggettiva dipende anche dalle posizioni sociali

delle persone e dalle forze di potere tra i gruppi sociali.

Un bambino tenderà a scegliere i suoi giochi e gli oggetti anche in funzione degli stimoli e delle

indicazioni dati dai genitori e dagli insegnanti. Un adolescente interiorizzerà ideologie e valori (che,

ripetiamo, sono artefatti prodotti dall’uomo) anche in funzione dei vincoli forniti dagli adulti e dai

mentori.

In altri termini, la nostra soggettività, la nostra motivazione, i nostri desideri non sono elementi

puri”, astratti, indipendenti dagli eventi concreti e dalle persone che ci circondano nella vita reale.

Ad esempio il ruolo dei genitori è certo quello, per il bambino piccolo, di sostegno affettivo, di

accoglimento, di spinta verso la crescita. Questa funzione positiva si accompagna però

inevitabilmente al fatto di incanalare parte della soggettività del bambino verso strategie cognitive (i

suoi primi pensieri) e dinamiche affettive (la centralità di certe figure di adulti e non di altre o la

valorizzazione di certe emozioni e non di altre) precostituite. Ciò si manifesta naturalmente anche

nel rapporto tra bambini e oggetti materiali.

Questo rapporto tra figure sociali e sviluppo dei sentimenti che fin da bambini proviamo verso le

cose s’interseca profondamente con l’influenza che tutta la cultura ha sul significato degli oggetti. E

su questo tema che indirizziamo ora il nostro ragionamento.

Il ruolo degli oggetti tra forze sociali, cultura ed individuo

In una strada di una città dei giovani chiacchierano, ridono e scherzano. Molti di loro hanno dei

piercing, delle piccole spille, sul viso: le ragazze indossano pantaloni a vita bassa e mostrano così

l’ombelico. Sono vestite in modo molto simile e hanno qualche cosa di comune.

Dall’altro lato della via degli impiegati escono dagli uffici per l’intervallo di pranzo: giacca,

cravatta, gesti comuni. Anche in questo caso notiamo assonanze e similitudini negli abiti e nei

discorsi che queste persone fanno fra di loro. Siamo di fronte a oggetti (in questo caso, i vestiti) e a

idee, ad artefatti, comuni all’interno dei due gruppi che stiamo osservando. Stiamo così

sottolineando il profondo rapporto che gli oggetti hanno con i diversi ruoli sociali e con il potere.

Abbiamo visto prima, discutendo del doppio destino degli artefatti, che il significato e la stessa

sopravvivenza degli oggetti dipendono dall’investimento di energia psichica degli individui che li

scelgono, li acquistano e li mantengono. Ma ciò vale tanto più se l’investimento di attenzione sugli

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oggetti viene effettuato da chi ha potere o ha un ruolo significativo in una comunità: il capofamiglia,

il leader di un gruppo, un capo politico, un attore o un cantante famoso. Le scelte di queste

persone possono alimentare dei comportamenti di imitazione o di opposizione ma comunque non

sono ininfluenti e questo mette in luce la grande importanza che i ruoli sociali, specie quelli dotati

di potere, hanno sul comportamento legato agli oggetti.

Gli artefatti sono peraltro connessi ai valori, alle norme, alle conoscenze della cultura: gli oggetti

trovano cioè il loro significato in relazione ad una specifica società e ad un determinato momento

storico. Gli esempi al riguardo sono infiniti: una pietra turchese incastonata è importantissima per

un indiano Navajo mentre a molti di noi può non apparire particolarmente interessante; per i paesi

cattolici la croce rappresenta un simbolo chiaro e ricco di significati, cosa che non necessariamente

avviene per un cinese o un indù, e così via.

D’altro canto, il vero potere degli oggetti sta nella loro capacità di permettere un’esperienza

buona” alle persone, come ad esempio quella di flusso di coscienza. La loro azione si esplica

quindi senz’altro anche a livello individuale, attivando specifici processi psichici.

Queste tre considerazioni ci portano quindi a pensare che il significato profondo degli oggetti deriva

da una complessa interazione tra soggettività, cultura e azione delle diverse figure sociali.

Ciò richiama da vicino il modello della creatività proposto e utilizzato da Mihaly Csikszentmihalyi

(1988,1996) e da Howard Gardner (1993) per spiegare le origini della creatività. Per questi autori,

come vedremo meglio fra poco, il processo creativo nasce infatti dall’interazione complessa tra

fattori personali e soggettivi, caratteristiche del sistema simbolico di una data disciplina (quale essa

sia, ad esempio la pittura o la matematica, il management o uno sport) in una determinata cultura e

forze sociali che controllano quel sistema simbolico.

Questo tipo di pensiero è tipicamente bio-psico-sociale: in altri termini, i processi mentali ed il

comportamento vengono visti come il risultato di una interazione continua tra il nostro sistema

nervoso centrale e la società e la storia che ci circondano. La mente non può quindi essere ridotta al

puro cervello inteso come macchina biologica: perché la nostra base organica si esprima e trovi la

sua vera essenza occorre che essa venga nutrita dalle relazioni sociali reali e dalla cultura.

Questa visione, che abbiamo appunto definito bio-psico-sociale, è ricca di tradizioni nelle scienze

del comportamento. Pensiamo ad esempio a due note teorie psicologiche le quali pur provenendo da

due ambiti assai differenti, la linguistica e la psicopatologia, sottendono la medesima impostazione.

Noam Chomsky è conosciuto dal grande pubblico, oltre che per i suoi recenti saggi sui processi di

globalizzazione e sul ruolo mondiale degli Stati Uniti, anche per i suoi fondamentali studi sulla

nascita del linguaggio nello sviluppo del bambino (Chomsky, 1965,1980). La sua idea di fondo,

oggi accettata dai più, è che il nostro cervello possieda una competenza di base per il linguaggio

ma che questa capacità si sviluppi solo grazie al contatto e agli stimoli provenienti da uno specifico

ambiente sociale: se il bambino non viene messo in grado di svilupparla non potrà esprimere

pienamente la propria potenzialità linguistica.

Penso che uno degli esempi più efficaci di questa interazione tra fattori biologici e fattori sociali sia

quello descritto da Oliver Sacks nel suo libro Vedere voci (1990). L’isola di Martha’s Vineyard,

posta di fronte al Massachusetts nella costa est degli Stati Uniti, è conosciuta, oltre che per essere

un famoso luogo di villeggiatura per l’upper class del New England, per il fatto che la maggior

parte della popolazione autoctona è sorda a causa di uno specifico difetto genetico. La maggior

parte dei nativi dell’isola quindi imparano ed usano il linguaggio dei segni che, come è noto, ha

tutte le caratteristiche di una vera e propria lingua naturale come l’inglese o l’italiano. I bambini di

quella popolazione esprimono così pienamente la propria competenza linguistica imparando dai

genitori una specifica lingua così come fa ogni bambino in ogni altro paese del mondo, e la

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utilizzano poi per giocare, esprimere emozioni, studiare e così via. Essi così non hanno problemi di

sviluppo potendo mettere in gioco una loro capacità naturale di tipo biologico. La cosa interessante

è che i villeggianti devono usare a loro volta, per poter comunicare con la popolazione locale, la

lingua dei segni che è il vero e proprio linguaggio di quella comunità: non è difficile osservare dei

tipici Newyorkesi che fanno acquisti dal panettiere o dal macellaio utilizzando il linguaggio dei

segni.

Un altro esempio che dimostra che i processi mentali non possono essere ridotti a puri meccanismi

biopsichici senza connessioni con la cultura e la società è dato dalla psicoanalisi.

Come è noto, secondo il pensiero Freudiano l’intera costruzione del sé si realizza attraverso

l’interazione sociale e in particolar modo attraverso la relazione con i genitori: l’emergere di un Io

individuale ben strutturato avviene mediante l’interiorizzazione delle figure parentali e la

conseguente interiorizzazione delle norme e dei valori propri della società in cui si vive. L’idea

stessa di SuperIo deriva da questa ipotesi: questa istanza psichica rappresenta l’introiezione,

mediata dai genitori, delle regole e delle proibizioni sociali che rende possibile per la persona un

adeguato rapporto con la realtà. Il mondo innato delle pulsioni inconsce trova quindi una forma

attraverso il contatto con i genitori e le strutture sociali.

Avendo sullo sfondo la ricca tradizione bio-psico-sociale, non deve sorprendere che Gardner e

Csikszentmihalyi definiscano la creatività come un processo che non riguarda solo l’individuo ma

anche la cultura e le forze sociali. Descriviamo ora sinteticamente il loro modello di creatività.

L’ idea di fondo, in un certo senso provocatoria, è che le attività creative sono tali solo se sono

accettate da una particolare cultura: non esiste nulla o nessuno che sia creativo in sé e per sé.

Occorre cioè che una persona, per poter essere creativa, debba innanzitutto essere messa nelle

condizioni di poterlo fare e poi che il suo atto creativo venga riconosciuto dagli altri. Si tratta

dunque di una posizione che sottolinea gli aspetti interattivi nella genesi della creatività.

La relazione tra la persona e il suo ambiente è importante da tre punti di vista: i rapporti tra il

bambino o il giovane in formazione e i suoi “maestri”, i rapporti tra la persona e l’attività e il campo

disciplinare in cui è impegnata, i rapporti tra individuo e le altre persone del suo mondo.

In particolare la creatività deriva dalla interazione di tre elementi che vengono definiti anche nodi:

l’individuo, con i suoi talenti e le sue predisposizioni biologiche e psichiche; un campo, una

disciplina su cui quell’individuo opera (questo nodo viene definito anche come sistema simbolico di

una cultura); le forze sociali che influenzano o controllano quello specifico campo. Ciò vale non

soltanto per i grandi esempi di creatività come ad esempio quelli artistici o scientifici ma anche per i

piccoli atti creativi delle nostre vite quotidiane.

I due autori ricordano diversi esempi di creatività che è sta riconosciuta solo molto tempo dopo

l’espressione dell’opera creativa, in alcuni casi anche dopo la morte: Gregor Mendel per la biologia,

Vincent Van Gogh per la pittura, Emily Dickinson per la poesia, J. Sebastian Bach per la musica.

Gardner e Csikszentmihalyi ci mostrano che ciò avviene perché ad un certo punto l’opera di questi

creatori si connette pienamente (cosa che non era avvenuta prima) con i valori, le idee, la cultura di

un determinato momento storico e di un determinato ambiente (il sistema simbolico); l’opera viene

al contempo riconosciuta come creativa da chi controlla quello specifico ambito della cultura (i

critici, i curatori dei musei, gli scienziati, gli esperti), vale a dire dalle forze sociali che controllano

quello specifico dominio culturale.

Questo processo vale anche per i nostri piccoli atti creativi (Inghilleri, 1995): perché un bambino

possa introdurre una nuova regola in un gioco non basta che egli la inventi: essa deve essere

coerente con le altre regole di quel gioco e deve poi essere accettata dagli altri bambini e dall’adulto

che eventualmente partecipi al gioco; un membro di un gruppo di lavoro che voglia innovare deve

ideare una strategia che sia collegata ai valori, agli scopi, alle ideologie della sua organizzazione.

Inoltre i suoi superiori devono riconoscere la validità della sua innovazione; solo così l’atto creativo

può davvero essere messo in pratica.

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Howard Gardner e Mihaly Csikszentmihalyi approfondiscono l’analisi della creatività individuando

i meccanismi che permetterebbero alla persona di utilizzare il suo contesto per poter essere davvero

creativa. Csikszentmihalyi ha illustrato le sue teorie in un volume (1996) molto conosciuto negli

Stati Uniti che riguarda lo studio di numerosi grandi creatori, soprattutto premi Nobel, nei diversi

campi. Le ricerche di Gardner sono invece ben descritte nel libro, Intelligenze creative (1993), che

analizza le vite di sette grandi creatori: Freud, Einstein, Picasso, Stravinskij, Eliot, Gandhi, Martha

Graham.

Il punto di partenza della creatività sono sempre i tre nodi prima citati: individuo, sistema

simbolico, forze sociali. Perché si sviluppi la creatività occorre che avvenga una specie di

microconflitto, di dissonanza, né troppo piccola né troppo grande, all’interno di questi nodi o nei

loro rapporti. Si parla allora di asincronia o, meglio, di asincronia feconda perché è proprio grazie a

questa dissonanza che può nascere la creatività.

Vi sono due tipi principali di asincronia, quello all’interno di un nodo e quello tra un nodo e l’altro.

Si ha asincronia all’interno di un nodo quando quest’ultimo presenta uno schema inconsueto o

un’ambivalenza al suo interno.

Per quanto riguarda l’individuo si pensi ad esempio a Picasso che fin da bambino presentava una

formidabile capacità per il disegno e, in contrasto, una capacità scolastica piuttosto mediocre.

Oppure pensiamo ad una persona che mostri contemporaneamente una tendenza all’introversione

ma anche una grande curiosità nei confronti degli altri e del mondo esterno.

Per quanto riguarda sistemi simbolici della cultura pensiamo alle situazioni in cui sono compresenti

diversi punti di vista o scuole di pensiero: al tempo di Stravinskij ad esempio diverse scuole di

musica si contendevano egemonia sulle altre. Il mondo culturale e scientifico di Freud era percorso

da differenti e talora contrapposti filoni: l’ebraismo e i valori della civiltà mittleuropea, il sempre

più elevato sviluppo delle scienze esatte e l’interesse per l’archeologia ed il pensiero antico, il

rispetto della tradizione e il fermento innovativo tipici della Vienna dell’epoca. Oppure in un campo

diverso, pensiamo a un adolescente che vive in una famiglia in cui vengono presentati dai due

genitori modelli politici o religiosi differenti, creando appunto una situazione dimicroconflitto.

Un esempio di asincronia che riguarda le forze sociali è invece quello di un ambiente che presenti

due forme di potere differenti e in parziale contrasto: due stili educativi (per esempio uno

permissivo ed uno autoritario)da parte dei genitori, due stili di leadership (per esempio uno

democratico ed uno verticistico) in una azienda e così via.

Una seconda importante forma di asincronia è quella che avviene tra un nodo e l’altro come ad

esempio la tensione tra un individuo e l’ambiente che lo circonda: l’intelligenza di Einstein appena

laureato non riusciva a trovare un riconoscimento nel lavoro, la scelta di Gandhi di andare a studiare

in Inghilterra si scontrava con la proibizione dei capi della sua comunità che pensavano che non

fosse possibile vivere in Europa senza offendere i principi religiosi (Gardner, 1993).

Possiamo trovare, nella vita delle persone, innumerevoli casi di asincronie nei rapporti tra i nodi:

tipico esempio è l’adolescenza, periodo in cui il giovane si trova spesso in contrapposizione con il

mondo presentato dagli adulti. E’ d’altronde impensabile che la nostra esistenza scorra in perfetta e

totale armonia e corrispondenza con il mondo esterno. Le nostre decisioni, i nostri punti di vista, i

nostri desideri sono frequentemente in contrasto con parti dei valori o delle norme della società che

ci circonda e con coloro che regolano tali norme. Il problema è il livello di questa dissonanza.

Nell’ipotesi di Gardner e Csikszentmihalyi se la sincronia non è troppo piccola o, d’altro canto,

eccessiva, questi micro conflitti tra il sé e la cultura e la società diventano la fonte per lo sviluppo e

la creatività. L’individuo cioè non rimane in una situazione apparentemente equilibrata ma che nel

tempo diventa troppo statica aprendo la strada a una negativa mancanza di stimoli (asincronia

troppo modesta); né all’opposto il conflitto con il mondo esterno è troppo elevato, stressante,

potenzialmente fonte di disagio.

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Una dissonanza media permette invece alla persona di risolvere creativamente l’asincronia e di

trovare la via per nuove prospettive di vita, per nuovi comportamenti e per nuovi prodotti creativi.

A questo punto potremmo chiederci, approfondendo ancora di più l’analisi della genesi della

creatività, quali siano i meccanismi psichici specifici per cui queste asincronie feconde portano le

persone a trovare nuovi punti di vista, a innovare, a fare scelte originali. Vi ricordate quanto

abbiamo detto a proposito dell’importanza dell’esperienza soggettiva nell’uso e nella funzione degli

artefatti? Anche in questo caso le ricerche di Csikszentmihalyi e del gruppo che operava

all’Università di Chicago ci indicano che questo livello di analisi, quello cioè della fenomenologia

dell’esperienza soggettiva, è particolarmente utile. Riformulando la questione, potremmo allora

chiederci in termini più semplici: che cosa provano dentro di sé le persone quando incontrano le

dissonanze di cui abbiamo parlato? Quali emozioni e pensieri si accompagnano alle asincronie

mentre le persone le vivono?

I diversi studi (Csikszentmihalyi, op.cit., Gardner, op.cit.) ci mostrano che anche in questo caso

sono necessari due elementi fondamentali per l’insorgenza di una buona esperienza

In primo luogo occorre un sentimento di autodeterminazione. La persona sceglie di permanere nello

stato di microconflittualità con l’ambiente, oppure sceglie ambienti culturali o sociali che presentino

contrasti al loro interno. L’analisi di Gardner al riguardo è chiarissima: egli parla addirittura di

Patto Faustiano del creatore che pur di raggiungere i suoi scopi concentra tutto se stesso

sull’impresa, focalizzando tutta la sua energia sul progetto creativo. Ne sono esempi la

determinazione di Freud, che introduceva, contro tutto l’ambiente medico-scientifico del tempo, una

innovazione così grande come la psicoanalisi, o l’utopia vincente di Gandhi che con un metodo a

cui lui credeva fermamente, quello della non violenza, arriva caparbiamente, affrontando anche il

carcere, a raggiungere i suoi obiettivi, vincendo l’incredulità e i dubbi di molti, compresi i suoi

collaboratori.

Ma ciò vale anche per atti creativi meno eclatanti che ognuno di noi può raggiungere nella vita

quotidiana: scegliere di affrontare il contrasto con l’ambiente famigliare pur di raggiungere i propri

scopi quando quest’ultimi sono diversi da quelli degli altri; decidere di rimanere in una situazione

lavorativa, anche quando si è in conflitto con i superiori, perché si prova piacere a fare il proprio

lavoro; essere stimolati da un ambiente culturale in cui ci siano idee e pareri differenti e in

contrapposizione.

Questa situazione di dissonanza offre poi alla persona un altro elemento positivo dal punto di vista

esperienziale. L’asincronia infatti presenta una situazione di sfida stimolante. Abbiamo visto come

la dissonanza, per essere utile, deve esser di media intensità: essa allora rappresenta quell’aumento

progressivo delle richieste ambientali a cui la persona può far fronte sperimentando un senso pieno

delle proprie capacità, una espressione di sé, una integrazione armonica con un contesto stimolante.

Questa situazione è positiva e, come ricordate, è uno degli elementi di base per la nascita

dell’esperienza ottimale e per lo sviluppo della persona. L’atto creativo avviene dunque perché esso

permette alla persona di “sentirsi bene” attraverso la risoluzione e il superamento delle

asincronie feconde.

Il nostro rapporto con gli oggetti come atto creativo

Abbiamo parlato a lungo di questo modello della nascita della creatività perché, come detto, esso

sembra essere molto vicino alle dinamiche che permettono un uso consapevole degli oggetti.

Potrebbe essere che un rapporto dotato di senso con le cose sia in fondo una specie di atto

creativo? Possiamo pensare che esso non derivi da una pura decisione individuale? Per essere

davvero liberi e consapevoli nell’utilizzo degli artefatti occorre forse una precisa relazione con il

mondo che circonda, come nel caso delle asincronie feconde?

26

Partendo da queste domande si possono formulare delle ipotesi specifiche:

Applicando il modello di Csikszentmihalyi e Gardner all’ uso degli oggetti, si può pensare

che la qualità della relazione con essi dipenda dall’interazione complessa tra l’individuo, i

sistemi simbolici della cultura e le forze sociali che controllano quei sistemi simbolici.

La persona regola il consumo e il possesso di oggetti e attribuisce loro significato in

funzione della qualità (buona o cattiva) dell’esperienza soggettiva che ha quando entra in

connessione con essi.

Il tipo di comportamento verso le cose e la relativa qualità dell’esperienza non dipendono

solo dai processi decisionali e dai tratti di personalità individuali ma anche dai contenuti,

dalle ideologie, dai valori della cultura e dalle forze sociali che selezionano l’informazione

come ad esempio i genitori (nell’ambito della famiglia), gli insegnanti (nell’ambito dei

sistemi educativi), gli opinion leaders, i politici, i personaggi famosi, i capi di comunità.

Seguendo il ragionamento di Csikszentmihalyi e Gardner, la presenza di dissonanze

all’interno di questi elementi e il superamento di tali asincronie possono permettere alla

persona di provare buona esperienza, di avere un rapporto autonomo e originale con gli

oggetti, di usarli in modo consapevole al fine della propria identità e del proprio benessere.

Si tratterebbe di una sorta di piccolo-grande atto creativo che ci fa dominare il mondo

materiale, senza demonizzarlo ma usandolo in funzione delle nostre esigenze interne più

profonde e in rapporto con gli altri.

Qualche anno fa ho partecipato a uno studio sul significato e sugli effetti che la luce ha sul

comportamento umano: del gruppo di ricerca faceva parte anche Reggio Children - Centro

internazionale per la difesa e lo sviluppo dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine,

l’istituzione di Reggio Emilia, famosa in tutto il mondo per l’organizzazione di avanzati e bellissimi

sistemi educativi per l’infanzia. Vea Vecchi, di Reggio Children, raccontava l’uso sorprendente che

i bambini autonomamente fanno della lavagna luminosa, l’apparecchio normalmente utilizzato per

proiettare lucidi sullo schermo, per esempio nelle conferenze. Invece di scritte o disegni ecco

arrivare, da parte dei bambini, sulla parete illuminata, ombre di mani, forme strane in movimento,

una specie di moderne ombre cinesi. All’inizio gli educatori sono perplessi: si tratta pur sempre di

un apparecchio elettrico, potenzialmente pericoloso, con delle lampadine che si possono rompere. I

bambini però si divertono e insistono. L’educatore accetta allora questo nuovo gioco, lo segue,

inventando nuove forme e nuovi modi di usare la luce della lavagna luminosa che oggi è diventata

uno degli attrezzi tipici nelle strategie pedagogiche del centro di Reggio Emilia.

E’ facile notare che questa interazione libera tra bambino, oggetti ed adulti ha presentato una

asincronia feconda, che si è accompagnata ad esperienza buona (il divertimento del bambino e la

soddisfazione dell’educatore) e a innovazione, vale a dire gli elementi che abbiamo appena

descritto.

Le conseguenze di questo processo non sono di poco conto. Immaginiamo infatti una situazione

opposta: un bambino lasciato solo davanti alla televisione che guarda passivamente i programmi,

non solo quelli di disegni animati ma anche quelli di intrattenimento, comunque costellati di

interruzioni pubblicitarie. Questa situazione non sollecita i processi di autodeterminazione né

introduce nell’ambiente del bambino opportunità o sfide più complesse che gli possono permettere

esperienza ottimale e che favoriscano lo sviluppo del comportamento. E’ invece facile che il

bambino interiorizzi passivamente dei modelli d’uso degli oggetti presentati dalla pubblicità

iniziando un rapporto di dipendenza rispetto alla cultura materiale.

A questo punto introduciamo un’ultima considerazione. Cultura e società contribuiscono ad

indirizzare i processi psichici verso le cose e sono importanti per la qualità dell’esperienza che noi

abbiamo nei confronti di quest’ultime. Bisogna ricordare però che gli artefatti non sono solo enti

27

materiali ma possono essere anche di tipo immateriale: idee, relazioni, valori, sentimenti. Abbiamo

visto infatti che il concetto di artefatto (o meme) include tutti i prodotti artificiali umani compresi

quelli privi di un substrato materiale come ad esempio una ideologia o una concezione religiosa, ed

anche un gruppo o una comunità.

Le nostre ipotesi sulla nascita di un rapporto significativo con gli oggetti valgono dunque anche

per questo secondo tipo di artefatti, quelli cosiddetti immateriali.

Dissonanze, esperienze positive, senso di autonomia sarebbero allora alla base anche della

possibilità di un uso personale e consapevole delle ideologie, della politica, della religione,

dell’esperienza estetica, dell’amore, di tutto l’immenso mondo dell’immaterialità. Un materialismo

dotato di senso si accompagna allora ad un uso delle idee dotato di senso perché entrambi

condividono la stessa radice, le medesime esperienze soggettive nella relazione tra il sé personale

ed il mondo che lo circonda.

La nostra energia psichica e i nostri processi mentali possono quindi rivolgersi verso un marchio e i

suoi oggetti oppure verso un’idea e le sue manifestazioni. Utilizzando gli esempi più diffusi nella

letteratura sui processi di globalizzazione, possiamo prestare attenzione al marchio Nike o Coca-

Cola e quindi decidere di acquistare un paio di scarpe o di bere quella specifica bevanda; oppure, ad

esempio, possiamo prestare attenzione alle ultime critiche teatrali e decidere di spendere le stesse

risorse di tempo ed economiche per acquistare un biglietto per quello spettacolo così ben

commentato. Possiamo scegliere di visitare l’ultimo centro commerciale aperto nella nostra zona

oppure possiamo scegliere di visitare degli amici, passare del tempo con loro, divertendoci.

Possiamo autonomamente selezionare i nostri gruppi e la gente che frequentiamo, oppure possiamo

seguire le mode o frequentare in modo utilitaristico le persone solo perchè ci potrebbero essere utili

per ottenere qualche vantaggio o qualche favore.

2. PER CERCARE DI CAPIRE

Abbiamo visto l’ambivalenza degli artefatti che possono, con il loro doppio destino, aumentare di

complessità o scomparire a seconda che noi investiamo energie psichiche e azioni su di essi oppure

no; abbiamo discusso della loro capacità di attrarre attenzione di per sé, in un certo senso

espropriandoci delle nostre capacità di scelta autonoma, come nel materialismo terminale o invece

quella di essere strumento per il nostro benessere, come nel materialismo dotato di senso o,

appunto, strumentale; abbiamo sottolineato l’importanza fondamentale dell’esperienza soggettiva

nel rapporto tra noi e le cose; abbiamo considerato come la capacità di scegliere attivamente la

nostra relazione con gli artefatti materiali e immateriali dipende da una specifica interazione tra noi,

le forze sociali, i valori e i simboli della cultura a cui apparteniamo.

Mi sembra che le teorie e i punti di vista che abbiamo discusso ci indichino, nel loro insieme,

quanto sia importante per il nostro futuro, non solo come singoli individui ma come appartenenti

all’intera comunità umana, comprendere i processi che permettono un uso consapevole degli

artefatti, materiali o immateriali che siano. Approfondiremo ora ulteriormente questo percorso.

Negli ultimi anni, negli Stati Uniti, sé sviluppato un nuovo movimento nelle scienze del

comportamento; ne sono stati iniziatori due psicologi di spicco, Martin Seligman, noto per le sue

teorie sulla nascita della depressione (1975) e per i suoi studi sull’ottimismo (1996), e Mihaly

Csikszentmihalyi, di cui avete già tanto sentito parlare in questo libro. Essi hanno ideato, per questo

innovativo settore, il nome di Positive Psychology, in italiano traducibile letteralmente come

Psicologia Positiva, anche se il termine rimanda forse a degli approcci new age tra i quali questo

filone, fondato su solide basi scientifiche, certo non rientra. In un numero monografico di American

Psychologist (Gennaio 2000), la rivista ufficiale dell’American Psychological Association,

28

interamente dedicato alla Positive Psychology, Seligman e Csikszentmihalyi (2000) ne hanno posto

le basi concettuali e metodologiche e ne hanno indicato obiettivi e possibili applicazioni.

In termini generali, la loro idea di fondo è che la Psicologia si sia sviluppata da presupposti in un

certo senso sbagliati e comunque parziali. Paradossalmente sembra quasi che questa disciplina, fin

dalle sue origini, non abbia studiato il comportamento nella sua complessità: è infatti nata dalle

ricerche in laboratorio (e quindi non nei contesti reali di vita) e dallo studio della psicopatologia

(quindi di casi molto particolari e “anormali”), utilizzati poi per l’elaborazione di leggi generali del

comportamento considerate valide per tutti!

La Psicologia Positiva sottolinea invece la necessità di ricerche che riguardino le persone e i gruppi

reali, nel fluire della loro vita quotidiana; d’altro canto, più che alla patologia, si guarda alle virtù,

all’aumento delle capacità, alla crescita personale. Si pone attenzione al diritto di sviluppo

autodeterminato delle popolazioni mondiali e al diritto di avere protezione, anche dal punto di vista

psicologico, di fronte a calamità o a guerre.

In questo senso sono stati creati numerosissimi studi da parte di diverse équipes di ricerca

internazionali. Nel 2000 il mio gruppo dell’Università di Verona è stato chiamato e ha scelto di

partecipare ad uno di questi, denominato Finding Alternatives to Materialism, “Trovare alternative

al materialismo”, coordinato dal Quality of Life Research Center della Claremont Graduate

University di Claremont, California, e finanziato dall’Università di Pennsylvania.

Ero fin d’allora convinto che l’approccio generale della Psicologia positiva fosse sensato e che i

suoi presupposti fossero alla base di un utile e responsabile lavoro dello psicologo. D’altro canto mi

sembrava ovvio (viste anche tutte le considerazioni che abbiamo finora svolto) che il rapporto con il

materialismo fosse centrale e rappresentasse una sorta di punto di svolta nel destino di sviluppo di

ciascuno di noi e, in fondo, anche dell’intero pianeta. Mi sono quindi buttato con entusiasmo nel

progetto, certo del suo interesse, non solo dal punto di vista dello studio della cultura materiale, ma,

in termini più ampi, per lo studio generale del comportamento. Ho proposto la cosa a giovani

ricercatori della mia Università o di altre Università che avevo conosciuto per precedenti

collaborazioni in ricerche sui temi dell’evoluzione culturale, della psicologia transculturale,

dell’esperienza ottimale e che mi erano sembrati particolarmente sensibili e capaci. Devo dire che

tutti hanno risposto subito con passione e disponibilità: troverete nei prossimi capitoli i loro

contributi che, credo, ci faranno percepire questa loro motivazione e la loro capacità di ricerca.

L’”impresa” era cominciata!

Uno dei modi di lavorare del Gruppo di ricerca di Claremont era quello di riunirsi in pochi (7 o 8 al

massimo) per alcuni giorni in un luogo isolato per discutere liberamente e in modo abbastanza

informale del tema del materialismo. Ognuno dei partecipanti presentava una relazione e poi si

discuteva tutti insieme. Uno di questi incontri si svolse nel luglio 2000: eravamo ospiti di Mihaly

Csikszentmihalyi nella sua bella casa in Montana, circondati da montagne imponenti e da un cielo

limpidissimo e azzurro. Seduti a cerchio in comode poltrone discutevamo, con Mihaly, io, Barbara

Fredrickson dell’ Università del Michigan, studiosa emergente delle emozioni positive, David

Myers, di cui avete sentito prima parlare a proposito del rapporto tra ricchezza e felicità, Jane

Zeender, Direttore del Center for a New American Dream, Wade Pickren, storico dell’ American

Psychological Association, Jeanne Nakamura e Jeremy Hunter da anni collaboratori di

Csikszentmihalyi. Mi ricordo che citai, nel corso della discussione, l’iniziativa chiamata “La banca

del tempo”, diffusa in molte città e realtà locali in Italia. Questa iniziativa, come è noto, prevede il

fatto che alcuni cittadini mettano a disposizione degli altri il loro tempo e le loro capacità; ciò può

avvenire come pure offerta o come una specie di “deposito” che darà diritto a uno scambio

successivo: ad esempio, un infermiere può aiutare un anziano malato e poi, quando e se sarà

necessario, i parenti di quest’ultimo, magari falegnami, ricambieranno riparando un mobile

dell’infermiere o della sua famiglia. Vi sono in genere specifici “registri” in cui viene ufficializzato

lo scambio di aiuti.

29

Gli americani presenti furono molto sorpresi e interessati di fronte a questa iniziativa che

rappresenta, in effetti, un bel esempio del fatto di non associare inevitabilmente le attività lavorative

alle ricompense materiali e di collegarle invece allo scambio interpersonale e alla solidarietà. Fra

l’altro, questo meccanismo è vicino ai rapporti e alla cultura tipici delle piccole comunità ancora

presenti sul territorio italiano e derivanti da antichi e ben funzionanti sistemi di sostegno sociale. E’

come se la Banca del tempo rappresentasse una forma concreta di azione rispetto al dominio delle

forze economiche sulla nostra vita. Singoli cittadini e gruppi decidono di scambiarsi direttamente e

autonomamente servizi, lavoro e impegno senza il tramite del possesso di denaro per ottenere i

servizi stessi. Non voglio qui addentrarmi in questo tema che può rappresentare, secondo diversi

economisti, una via interessante per lo sviluppo anche nei paesi occidentali: mi pare però che questo

esempio sia un segnale di come le persone e le comunità stiano cercando, nei modi più svariati, la

via per mettere al centro della propria vita il diritto all’indipendenza e a un libero rapporto con gli

oggetti e con l’economia.

Fin da allora pensai che fosse possibile e importante definire meglio questi processi e studiarli dal

punto di vista psicologico anche perchè i sintomi di questa tendenza sono numerosi. Pensiamo alla

nascita del movimento no global, all’attenzione alla qualità dell’ambiente, alle battaglie per il diritto

ad una alimentazione sana e controllata, Anche il dibattito politico e intellettuale su questi temi si è

accentuato e il filo conduttore sembra essere proprio il desiderio di una piena espressione della

propria individualità e dell’autodeterminazione e, contemporaneamente, quello di un sentimento di

comunità. Non si tratta certo di un fenomeno del tutto nuovo, pensiamo ad esempio ad autori come

Vandana Shiva che affrontava questi temi già dal 1988 con il suo libro Sopravvivere allo sviluppo.

La novità è forse che oggi questo minimo comun denominatore si manifesta in modi molto diversi,

in ambiti che potrebbero essere considerati opposti.

Da un lato, per esempio, vi è l’analisi di pensatori come Toni Negri e Michael Hardt che, nel loro

libro Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione (2000) vedono il mondo nato dal crollo del

regime sovietico come caratterizzato dalla fine dei vecchi stati-nazione. La sovranità sarebbe così

passata ad una nuova entità, l’Impero che, come sostengono gli autori, non accetta limiti né confini,

non ha centro nè periferie, vuole controllare tutti gli aspetti del corpo e della mente, superare la

storia e porsi come la fonte della pace, della legittimità, della giustizia. Gli individui che vivono nel

mercato globale e ne subiscono le conseguenze corrono il rischio di essere espropriati del loro

lavoro, del loro desiderio, della loro stessa vita. E’ interessante osservare quale sia la strada che

Negri e Hardt indicano per risolvere e superare la situazione di sfruttamento non solo economico

ma anche psichico che essi descrivono. Proprio a conclusione del libro citano San Francesco

d’Assisi: “per denunciare la povertà della moltitudine, ne adottò la condizione comune e vi scoprì la

potenza ontologica di una nuova società……Francesco rifiutava qualsiasi disciplina strumentale, e

alla mortificazione della carne (nella povertà e nell’ordine costituito) egli contrapponeva una vita

gioiosa che comprendeva tutte le creature e tutta la natura: gli animali, sorella luna, fratello sole, gli

uccelli dei campi, gli uomini sfruttati e i poveri, tutti insieme contro la volontà di potere e la

corruzione. Nella postmodernità ci troviamo ancora nella situazione di Francesco, a contrapporre la

gioia di essere alla miseria del potere… Si tratta di una rivoluzione che sfuggirà al controllo, poiché

il biopotere e il comunismo, la cooperazione e la rivoluzione restano insieme semplicemente

nell’amore e nell’innocenza.” (p.381, ed. it).

D’altro canto ecco la figura del Papa, di Giovanni Paolo II, che si scaglia contro le guerre, che parla

del diritto dei popoli non solo alla sopravvivenza ma anche a poter usare la propria mente e la

propria spiritualità, ieri nell’est europeo, oggi nel medio oriente. Il Papa sembra far da guida

indiretta a quel movimento pacifista che travalica gli schieramenti politici tradizionali attraverso

l’orrore per le inutili perdite di vite di innocenti e per il desiderio di un mondo più felice.

D’altro canto, molti dei cittadini medi americani percepiscono, più o meno a ragione e spesso

condizionati da una carenza di effettiva conoscenza, l’azione del proprio paese in paesi come

l’Afghanistan o l’Iraq come una vera missione di libertà per la democrazia e l’autodeterminazione

dei popoli!

30

Sono tutti rivoli di un identico percorso e cioè quello del riconoscimento, che abbiamo più volte

sottolineato, della connessione tra motivazioni, scelte, desideri personali da un lato, identità sociale

e di appartenenza dall’altro, per il controllo delle proprie risorse economiche e psichiche.

Partendo da questo presupposto, ho cominciato a raccogliere dati e notizie su alcuni gruppi e

persone che anche in Italia, con un progetto più o meno esplicito, avessero organizzato le proprie

vite secondo questa tendenza che appare nascere nel mondo contemporaneo. Esse potevano essere i

testimoni, anzi i veri e propri “esperti” di questi processi emergenti. Qualche cosa infatti è avvenuto

nelle loro esistenze, nei loro rapporti con gli altri, che li ha condotti a scelte dotate di profondo

significato. Il capire questi percorsi, comprendere i punti comuni di esperienze anche diverse e per

certi versi uniche, definirli secondo modelli in qualche modo condivisibili in altre situazioni, può

essere utile per chiarire i punti nodali del ragionamento che abbiamo fin qui effettuato. Ci

avvicineremo quindi a gruppi o persone che hanno fatto, rispetto alle loro idee e agli oggetti, delle

scelte specifiche, comunità che hanno messo al centro della loro attenzione e della loro vita i valori,

gli affetti e il rapporto profondo con la realtà sociale o con la natura. Queste persone possono essere

i nostri “insegnanti” per capire i modi con cui selezioniamo un rapporto con gli artefatti sensato e

autodeterminato.

Verso un materialismo creativo: l’ipotesi di fondo

Nel capitolo precedente, partendo dal pensiero di Csikszentmihalyi e Gardner, abbiamo fatto

specifiche ipotesi riguardo alla nostra relazione con gli oggetti intesa come atto creativo. L’incontro

e l’osservazione di comunità come quelle di cui abbiamo appena parlato ci può portare a verificare

la correttezza di queste nostre ipotesi.

In particolare, se emergono delle costanti nei rapporti che queste persone hanno avuto nel contatto

con la cultura e le forze sociali che le circondavano, e se queste costanti sono alla base della loro

scelta libera e profonda di un contatto con gli artefatti che dà loro benessere, ecco allora che

questi percorsi comuni possono indicarci la via per una nuova appropriazione di significato nelle

nostre vite.

Si tratta quindi di trovare persone e gruppi molto diversi tra di loro ma caratterizzati da un comune

rapporto strumentale con gli oggetti il cui uso sia finalizzato allo sviluppo del sè personale e della

comunità a cui si appartiene. Se osservassimo che in tutti questi casi, pur così differenti come idee,

provenienza, età, storia, esistono con regolarità certe costanti, leggibili con il modello e con le

ipotesi che abbiamo prima discusso, potremmo pensare che quelle costanti sono davvero alla base

di un uso creativo e sensato degli artefatti in generale, non solo per quelle persone ma per ognuno di

noi.

Se per esempio vedessimo che un certo rapporto con la famiglia, il contatto con figure significative

(i cosiddetti mentori), un ambiente variegato culturalmente, la presenza di sfide stimolanti, la

concentrazione sugli scopi scelti autonomamente, o altri elementi tipici delle diverse asincronie, si

ripetono ed emergono come fattori che permettono un buon rapporto con le cose, ecco allora che

quegli elementi diventano centrali. Potremmo cioè pensare che essi siano alla base di un

materialismo creativo, fonte di benessere e non di passiva adesione a modelli e a stili di vita imposti

da altri. Si aprirebbe allora la possibilità di sviluppare nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di

lavoro le stesse condizioni che permettono una relazione dotata di senso con le cose. Le persone

osservate, i nostri modelli, diventerebbero davvero gli insegnanti per nuovi stili di vita significativi.

Trovare i “maestri”

31

Il ricercatore, specie quello attento ai metodi etnografici o a quelli della psicologia culturale14, cioè

di quel filone della psicologia attento alle relazioni tra la costruzione del sé personale e la cultura di

appartenenza, dovrebbe essere come quegli animali sensibili ai profumi e a i suoni che li

circondano: stare attento ai segnali, anche a quelli piccoli e iniziali, e quindi leggere (e non solo i

testi accademici), frequentare davvero la realtà sociale, immergersi nella vita dei gruppi che si

vogliono conoscere e “studiare”.

Anche nel nostro caso, dunque, inizia un percorso di “piste”, da quelle più scientifiche e

tradizionali, a quelle più informali. Come al solito si inizia dalla ricerca bibliografica e dalla lettura

di libri e articoli che riguardano l’argomento: studi e ricerche che indicano persone e gruppi

caratterizzati dalla pratica comunitaria e da una particolare, ed alcune volte estrema, attenzione ad

un uso limitato o comunque sensato degli oggetti materiali. A ciò si accompagna la lettura di

quotidiani e di periodici che riguardano la cronaca che coinvolge queste comunità. La consultazione

di Internet svela, come c’era da aspettarsi, la ricchezza (sia numerica che di iniziative) di persone,

associazioni, movimenti attenti alla profonda relazione tra vita quotidiana, consapevole uso delle

risorse, attenzione ai valori sociali, uso critico e comunque autodeterminato degli artefatti.

La frequentazione di questo mondo apre la strada anche a un passa parola che ricorda, in modo

informale, il cosiddetto metodo a “palla di neve”15 usato per la costruzione di certi campioni di

soggetti propri dei metodi di ricerca più tradizionale. Vi faccio un esempio: una collaboratrice del

Dipartimento di Psicologia e Antropologia Culturale dell’Università di Verona dove lavoro mi parla

di una fotografa sua amica, Anna Russo, che ha realizzato le immagini di un libro, Fra le righe

della terra, scritto da un uomo, Oscar Simonetti, che vive, facendo il pastore, con la moglie e il

figlio unici abitanti di un villaggio abbandonato posto in una valle sopra il lago di Garda (Simonetti,

1995). Questa fotografa, così come lo stesso Oscar, hanno in passato frequentato la comunità degli

Elfi, un gruppo di cui avevo letto sia sui periodici, sia su Internet, sia in un libro di un giovane

sociologo di Torino (Cardano, 200). Gli Elfi vivono in un modo quasi auotosufficiente praticando

uno stile esistenziale libero, mirato alla massima indipendenza, alla responsabilità sociale e al

rispetto della natura e della sua spiritualità. Alcuni degli Elfi fanno poi parte di una rete di persone e

associazioni che collaborano e si mettono in relazione anche attraverso piccole riviste e incontri in

diverse regioni e in particolare in Toscana: a queste rete fanno capo anche numerosi gruppi cattolici

uniti dall’interesse per l’ambiente e la giustizia sociale.

Attraverso percorsi di questo tipo riesco così ad individuare numerosi gruppi e persone che

potrebbero diventare i collaboratori della ricerca, i “maestri” che cercavamo, entità variegate, anche

molto diverse fra di loro, che però, nel loro insieme, rappresentano le diverse realtà e illustrano un

ampio spettro di vie verso un uso consapevole degli artefatti.

In questo “universo” emergono una serie di “tipi”: gruppi formali e informali; famiglie nucleari e

comunità estese composte da più nuclei famigliari; aree culturali cattoliche e aree laiche; piccole

associazioni di base e associazioni istituzionalizzate di grandi dimensioni; gruppi con stili di vita

pauperistici e attenti alla purezza della natura e gruppi amanti delle nuove tecnologie; comunità

radicate nella realtà regionale italiana e comunità legate a culture di altri paesi.

Usando questi criteri ho individuato delle realtà che mi sembravano rappresentare un ampio

panorama. E’ chiaro che queste sono comunità reali e non costituiscono quindi dei tipi ideali: voglio

dire che ognuna di esse può rappresentare il simbolo di un comportamento e di un area di un certo

tipo ma al contempo rappresentare anche aspetti tipici di un’altra realtà. L’importante era però che

14 Come detto, con questo termine si intende qui, in senso generale, quella branca della psicologia attenta ai profondi

rapporti tra la costruzione dell’identità e la cultura in cui si vive. Si tratta di un approccio ormai con ricche tradizioni in

Italia e all’estero. Per una revisione si vedano Inghilleri (1994), Mantovani (1998), Moscardino, Axia,(2001), e il sito

dell’Università di Padova: www.psy.unipd.it/psicologia-culturale/index.php

15 Il metodo a palla di neve, detto anche tecnica dello "snowballing", è una procedura di campionatura che

parte da un numero di agenti molto ridotto e tramite interviste e questionari sottoposti agli stessi si aggiungono strada

facendo altri soggetti che entreranno nell'analisi, aumentando le dimensioni della "palla di neve" man mano che la

procedura continua (Goodman, 1961)

32

fossero realtà differenti fra loro ma unificate dalla tendenza comune a un materialismo dotato di

senso.

Alla fine dunque la scelta cade su gruppi e di persone specifici: li descriveremo con attenzione più

avanti. Illustreremo allora le emozioni dei nostri primi incontri, cercheremo di farvi capire come

vivono e cosa pensano, racconteremo, sperando di esserne trascrittori fedeli, ma certo in buona fede,

le loro storie; ci piglieremo poi la responsabilità di interpretarle alla luce delle nostre ipotesi e delle

nostre teorie per verificare se queste persone e questi mondi, in alcuni casi così diversi, nascondano

aspetti comuni per quanto riguarda la possibilità di vivere con autonomia e, perché no?, con gioia il

rapporto con gli oggetti, oggetti che servono, appunto, per lo sviluppo dell’identità, per la crescita

personale e per il benessere.

Queste realtà rappresentano, come dicevamo, varie aree, intese in senso ampio e che spesso si

intersecano l’una con l’altra: ecco allora che abbiamo scelto esponenti della vita in comune e a

contatto con le radici primarie della natura come gli Elfi; membri di una comunità attenta alla

condivisione sociale e, anche, alla pratica di ispirazione cattolica che vive in ambiente urbano come

quella di Villapizzone, a Milano; famiglie nucleari come quella di Oscar; realtà multietniche come

una coppia mista che vive Milano appartenente al movimento spirituale di origine senegalese e

islamica Baifal; singoli computer hackers incontrati nei centri sociali milanesi; singoli religiosi la

cui storia farà da specchio a una riflessione più generale sui rapporti tra pratica cattolica e

materialismo creativo.

Un ultimo accenno alla rappresentatività di questi gruppi: occorre sottolineare che uno studio di

questo tipo non pretende, e non vuole, fornire delle generalizzazioni. Non abbiamo cioè l’obiettivo

di dare delle regole generali che valgano per tutti per costruire dei rapporti con gli oggetti dotati di

senso e che diano la felicità.

Due sono invece gli scopi: innanzitutto dimostrare che sono sbagliati certi assunti che invece

appaiono essere diffusi e accettati nella nostra società, come ad esempio il fatto che il benessere

materiale, la ricchezza, il consumo siano di per sé fonte di benessere e di gioia. Per dimostrare che

degli assunti e delle generalizzazioni sono falsi, una metodologia che usi pochi casi o addirittura

casi singoli risulta più che valida (Csikszentmihalyi, 1996).

Un secondo scopo è invece, come già detto, quello di mostrare, in positivo, delle vie possibili per un

materialismo e una vita dotati di senso. Singole storie, percorsi specifici, che però, come vedremo,

nella loro diversità mostrano aspetti comuni, emergenti, che possono rappresentare uno stimolo e

una guida per altri gruppi e persone. E’ su questi punti che volgeremo la nostra attenzione.

Sperando che siate ora incuriositi occorre compiere gli ultimi passi, prima di addentrarci nelle

storie: dobbiamo innanzitutto descrivere il metodo che abbiamo utilizzato per raccogliere i nostri

dati.

Inventare un modo corretto per capire

Leggendo i primi capitoli di questo libro avete capito che ci accostavamo a questa ricerca con

ipotesi precise fondate su specifiche teorie.

Il significato degli oggetti materiali era visto nascere da una relazione complessa tra l’ individuo

(con i suoi processi psichici), le forze sociali (potremmo chiamare il potere ai diversi livelli), e la

cultura di un determinato momento storico. La scelta del nostro rapporto con gli oggetti viene allora

intesa come una specie di atto creativo che nasce da dei microconflitti, delle dissonanze, delle

asincronie che la persona sperimenta nella sua vita all’interno di uno di questi elementi (individuo,

forze sociali, cultura) o tra di essi. La risoluzione di queste dissonanze attraverso l’attribuzione agli

oggetti di significati importanti per il Sé, permette alla persona di sperimentare un’esperienza

soggettiva positiva che la condurrà ad un uso sensato degli oggetti e della cultura.

Su queste basi ho creato uno schema di intervista possibile. Un percorso che toccasse i diversi punti

del modello teorico per vedere se nella storia di vita della persona si fossero davvero verificate

33

quelle asincronie e se, una volta verificatesi, fossero state risolte con comportamenti e scelte legati

all’uso e al possesso degli oggetti dotati di senso. In terzo luogo era interessante verificare se tali

scelte portassero a sperimentare buona esperienza soggettiva il che giustificava e sosteneva

comportamenti di quel tipo, spingeva a ricercarli e a ripeterli. Il risultato finale doveva essere così

un rapporto con la realtà materiale significativo per il sé e per l’identità sociale della persona e fonte

di benessere.

Su queste basi è’ nata una griglia di intervista semi-strutturata che troverete nell’Appendice 1 del

libro16. E’ stato questo il primo momento importante della nascita della nostra ricerca.

Lo schema di intervista, come potrete vedere, è diviso in parti, che corrispondono ai diversi costrutti

teorici che abbiamo prima discusso:

la qualità dell’esperienza soggettiva quotidiana che deriva dalla vita che si sta facendo e

dalle scelta di avere quel determinato rapporto con gli oggetti;

la storia personale;

gli stili individuali (come per esempio quelli cognitivi o motivazionali);

le forze sociali che hanno influenzato nel passato (come per esempio famigliari, mentori,

educatori, compagni) e che influenzano attualmente;

il rapporto passato ed attuale con i diversi sistemi simbolici della cultura e con i diversi

contesti sociali (come ad esempio i valori, le ideologie, la religione, la televisione , il lavoro

e così via).

Sono stati poi introdotti dei temi che non derivano direttamente dalle ipotesi teoriche principali ma

che sono riscontrabili nella letteratura esistente (Peterson, 1999; Kubovy, 1999; Vaillant, 2000). In

particolare sembrava interessante sapere se il rapporto con gli oggetti potesse permettere:

il mantenimento di caratteristiche infantili (come il gioco o l’attività fantastica)

o rappresentasse in altri casi :

uno specifico meccanismo di difesa. Ciò può essere amplificato in caso di lutti o traumi

passati.

Un altro punto riguarda:

i possibili vantaggi derivanti dall’appartenenza a piccoli gruppi, a comunità coese e solidali

caratterizzate da relazioni cooperative intense e profonde (tratti che, vedremo, caratterizzano

molti dei nostri testimoni). Questi elementi sono assai simili a stili di vita “antichi”, propri

dei nostri antenati, addirittura dei primi gruppi umani e, in quanto tali, potrebbero esser assai

attraenti e dotati di significato almeno secondo molti autorevoli psicologi evoluzionistici

(Buss, 2000).

Una volta creato questo strumento fondamentale, un secondo momento della ricerca ha riguardato,

come sempre avviene, un’attenta analisi della letteratura esistente sui gruppi che volevamo

conoscere. Questa fase, come si è visto, era in effetti già iniziata quando si trattava di raccogliere

informazioni sulle comunità che ci interessavano e di decidere quali sembravano più interessanti per

i nostri scopi. Una volta scelti i gruppi, ecco allora iniziare la lettura del materiale esistente su di

essi: libri, riviste scientifiche ma anche giornali e siti Internet.

16 Essa in parte percorre i punti toccati da H. Gardner nelle sue analisi delle vite di persone creative (Gardner, 1993), in

parte si basa sui questionari sul flusso di coscienza come il Flow Questionnaire (Csikszentmihalyi, 1996)

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Occorre sottolineare che non si trattava di preparare un lavoro sulle diverse comunità: non è infatti

questo lo scopo della ricerca che non vuole essere uno studio sociologico o etnografico, ma si

prefigge di indagare sui percorsi di vita di singole persone che potrebbero mettere in luce processi e

vie comuni che permettono l’adesione a un rapporto con gli oggetti dotato di senso e importante dal

punto di vista psicologico e sociale. L’obiettivo delle nostre letture era piuttosto quello di poter

avvicinare le varie comunità in modo non ingenuo, ma con una rispettosa preparazione riguardo alle

loro storie e alle loro vicende passate.

Un terzo momento ha previsto una fase di osservazione partecipante17. Essa si poteva e si doveva

svolgere con modalità differenti nei diversi casi. Con i gruppi più strutturati o lontani si è scelto di

permanere per un certo periodo con la comunità, vivendo al suo interno la normale vita quotidiana.

Con i gruppi più “cittadini” o raggiungibili con più facilità si sono organizzate visite frequenti e

permanenze diurne, sempre però frequentando e partecipando al regolare fluire delle attività delle

persone.

L’obiettivo di questa fase è stato innanzitutto la raccolta di materiale e di osservazioni che

permettessero al ricercatore di conoscere davvero la comunità e le persone18 e di stabilire un

rapporto produttivo e di rispetto con i nostri testimoni19. All’inizio dei prossimi capitoli troverete la

descrizione, spesso molto “sentita” e intensa, di questa fase.

Ma l’osservazione partecipante ha, dal punto di vista della psicologia, anche un altro obiettivo. Essa

permette di inserire gli elementi che poi si raccoglieranno con i diversi colloqui in un contesto reale

e vivo. Ciò che le persone ci diranno assumerà senso anche perché inserito in dinamiche reali,

storiche, concrete. I diversi vissuti non corrisponderanno così solo a puri modelli teorici (che pur,

come abbiamo visto, sono presenti) ma prenderanno significato perché letti attraverso le vicende

quotidiane e nei loro rapporti con i percorsi di vita reali delle persone.

Durante i periodi di vita in comune (che potevano essere, come detto, più o meno lunghi) il

ricercatore si prefiggeva di raccogliere la parola di nostri testimoni, le storie di vita e i racconti dei

nostri possibili “maestri”.

E’ questa la quarta fase della ricerca, quella dei colloqui e delle “interviste”. Essa si è svolta

attraverso momenti formali e momenti informali. La griglia di intervista semi-strutturata che ho

prima descritto rappresentava solo un guida, quasi una mappa mentale per il ricercatore che sapeva

di dover toccare nel corso dei diversi incontri, tutti quei punti. Non era previsto però un ordine

prestabilito e non si trattava di fare domande dirette: lo stile doveva essere più quello del colloquio

libero e in profondità. I tempi e i luoghi del racconto potevano essere liberi e variati: seduti

comodamente in poltrona, facendo il lavoro nei campi, accudendo ai bambini, lavorando.

In alcuni casi si poteva decidere una vera e propria sessione di intervista, in un posto tranquillo, non

facendo altro, ma ciò avveniva solo se insieme, intervistatore e testimone intervistato, lo avessero

deciso.

In ogni caso, quotidianamente, il ricercatore, riempiva la griglia di intervista nei punti che erano

stati toccati in quel giorno e teneva un diario concernente le frasi più significative, i commenti, ed

ogni altra osservazione.

Non era detto, inoltre che tutti i temi affrontati fossero effettivamente approfonditi in ugual modo:

se alcuni spunti erano poveri o non significativi nella storia di vita della persona, essi potevano

17 Il metodo dell’osservazione partecipante prevede l’immersione empatica nella realtà studiata e la condivisione di vari

aspetti della vita con i gruppi studiati (Marazzi, 1998). Si tratta di un lavoro di ricerca “sul campo” che richiede

attenzione e preparazione. Il lavoro dell’osservatore partecipante non è affatto semplice: occorre infatti riconoscere i

modelli di comportamento in ciò che si vede e si sente e registrarli accuratamente senza tradire il significato che essi

hanno per la cultura osservata

18 Il ricercatore al termine della giornata o degli incontri doveva compilare un apposito diario al riguardo

19 Nel prossimo paragrafo descriverò brevemente il significato del coinvolgimento degli intervistati e della nascita di

una proficua alleanza di ricerca

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essere abbandonati, dopo che il ricercatore avesse accertato che effettivamente non fossero

importanti per il testimone.

E’ chiaro che questo quarto punto della ricerca è quello più importante, quello in cui si gioca la

possibilità di raccogliere dati veritieri e utili per gli obiettivi prefissati. I diversi ricercatori, seppur

giovani, avevano già tutti esperienza di ricerca e con un taglio di psicologia culturale o clinica:

decidemmo peraltro di organizzare regolari incontri di discussione comune del materiale via via

raccolto. In questi momenti si elaboravano anche le dinamiche personali dei ricercatori in azione sul

campo, i possibili conflitti, le eventuali difficoltà tecniche. Incontravo poi personalmente i singoli

ricercatori per discussioni e supervisioni di ricerca individualizzate.

Al termine della raccolta dei dati, la cui durata è stata, come era previsto (e come vedrete nei

prossimi capitoli), variabile di caso in caso, è iniziata la quinta fase, quella dell’analisi del materiale

raccolto. Essa si divide in due parti.

Innanzitutto ogni singolo ricercatore doveva preparare la sintesi dei diversi incontri, la loro

descrizione e l’esposizione dei dati secondo i diversi punti della griglia di intervista. Le interviste

sono cioè state scomposte nelle diverse categorie che avevamo deciso di prendere in

considerazione, con particolare attenzione alla triade: storia individuale, forze sociali, sistemi

simbolici della cultura e alle possibili diverse asincronie.

A questo punto veniva effettuata una prima analisi del materiale raccolto seguendo le teorie che

avevamo considerato e in base alle ipotesi che avevamo formulato.

A ciò seguiva un serie di incontri tra me e il ricercatore per una verifica dei dati di intervista e per

un’ulteriore discussione del significato dei dati in funzione dei costrutti.

A questo punto avevo a disposizione tutto il materiale inerente i diversi gruppi, le diverse persone, i

diversi “maestri”: poteva iniziare quindi la seconda parte dell’analisi, la più intrigante e succulenta.

Si poteva valutare se emergessero delle costanti, delle variabili che si ripetevano nella vita dei nostri

testimoni e che indicavano la loro via a un materialismo creativo, dotato di senso; si poteva

verificare se queste regolarità confermavano o meno le nostre ipotesi riguardo alla genesi di un

rmaterialismo buono, strumento dello sviluppo della persona. Troverete la risposta a queste

domande più avanti, nel capitolo CONTROLLARE quinto di questo libro.

L’ultima fase della ricerca, la sesta, è il “ritorno”, l’incontro con i singoli intervistati, per illustrare i

nostri risultati e le nostre conclusioni e per discutere di tutto ciò con loro. A questo momento

seguirà la proposta di un incontro collettivo, di una specie di festa a cui sono invitati tutti i

ricercatori, le persone intervistate e i membri delle comunità interessate, per ampliare la conoscenza

e la discussione comune.

I primi contatti

Vorrei ora fare un passo indietro, ritornare all’inizio della ricerca e descrivere brevemente come ho

operato per contattare i diversi gruppi, coinvolgerli nei nostri obiettivi e in un certo senso

convincerli ad aiutarci nel nostro studio. Anche dal pochissimo che già sapete di queste diverse

persone, potete forse immaginarvi che lo stile di vita in cui esse sono impegnate comporta spesso

una grande intensità, una concentrazione sugli scopi, un’attenzione ai ritmi scelti e consolidati della

vita quotidiana. Non si tratta necessariamente di una resistenza verso gli estranei o di una scarsa

apertura verso l’esterno, che anzi in alcuni casi è accettata o addirittura ricercata: parlo invece di

un’attenzione al fatto che i nuovi venuti non alterino il lavoro personale o della comunità o

disturbino le relazioni dotate di senso con l’ambiente, intendendo con questo termine sia le cose, sia

la natura, sia gli altri, cioè l’ambiente sociale.

Inoltre, la ricerca sul campo, l’osservazione partecipante, implicano sempre un periodo di

ambientamento, di conoscenza reciproca che permetta la nascita di un sentimento di rispetto e di

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una sorta di alleanza di ricerca. Solo così i gruppi e le persone osservate diventano compartecipi

degli scopi del ricercatore, li condividono almeno in parte, si assumono la responsabilità di scegliere

di farsi osservare, intervistare, studiare. Se tutto procede nel modo voluto, s’instaura allora una

chiarezza che permette al ricercatore di mantenere il suo ruolo (e la sua identità) e all’intervistato di

diventare parte attiva di uno studio che dovrebbe corrispondere anche ai suoi obiettivi e alle sue

curiosità.

Avevo avuto modo, in passato, di sperimentare le fatiche e i piaceri della ricerca sul campo e della

formazione di una buona alleanza di ricerca: dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, la mia tesi di

specializzazione in Psicologia riguardò proprio un lungo studio sul campo in una cultura diversa,

per certi versi difficile ma di grande fascino e spessore, quella dei Nativo-americani Navajo nel sud

ovest degli Stati Uniti d’America20. Uno degli insegnamenti che ricevetti in quell’occasione fu

appunto che, quanto più è lontano e diverso il contesto culturale che si vuole avvicinare e studiare,

tanto più deve essere lungo il periodo di reciproca conoscenza e accettazione. Si pensi che la prima

fase di studio si risolse in un periodo di circa due mesi durante il quale il team italiano di cui facevo

parte si “limitò” ad affittare una piccola casa nella cittadina principale (e capitale) nella Riserva

Indiana, Window Rock, e a vivere in ruolo tecnico (nel senso che tutti i locali sapevano che

eravamo psicologi dell’Università di Milano) la vita quotidiana della comunità. Non era prevista, in

quella fase, nessuna intervista, nessuna osservazione strutturata, ma solo una lenta e progressiva

conoscenza della comunità Navajo, dei suoi usi, costumi, valori. Questo creò curiosità e in un certo

senso rispetto (vista anche l’invasività di altri ricercatori a cui i Navajo sono, ahimè, abituati); e

fummo noi ad essere poi studiati e valutati e solo dopo aver superato questo “esame” cominciammo

ad essere invitati dalle famiglie locali, a poter ricambiare facendo assaggiare agli “indiani” i nostri

cibi, e quindi a fare le prime cerimonie di introduzione alla tribù (naturalmente come ospiti) come

ad esempio il bagno di sudore rituale. In questo modo, alla fine, potemmo spiegare i nostri motivi di

ricerca e potemmo ragionevolmente programmare, proprio sulla base dell’accettazione ricevuta, la

ricerca che si svolse poi nei due anni successivi.

Questa volta, tornando al nostro progetto, la situazione non era così “distante” ma l’inizio di una

ricerca è sempre un momento impegnativo e importante per il buon esito dello studio. Tutto

sommato, poi, si trattava comunque di comunità non facili da raggiungere e, forse, da coinvolgere.

Anche in questo caso era importante partire con il piede giusto, per non farci rifiutare prima ancora

di poter far conoscere noi stessi e gli scopi per cui ci avvicinavamo e chiedevamo tempo, notizie,

intimità e fiducia.

Pensai quindi a una strategia standard che proposi ai giovani ricercatori (di cui ho prima accennato)

e che nel frattempo avevo contattato e coinvolto: Livia Colle dell’Università di Torino, Maria Curia

collaboratrice del G.R.T.- Gruppo per le Relazioni Transculturali, una Organizzazione non

Governativa di Milano che da tempo si occupa di cooperazione internazionale allo sviluppo,

Federica de Cordova dell’Università di Verona, Giuseppe Paone dell’Università degli Studi di

Milano, Susanna Polloni dell’Università degli Studi di Verona, Eleonora Riva dell’Università

Cattolica di Milano. Ci trovavamo in Università o presso la Fondazione Cecchini Pace di Milano la

cui Presidente, il medico psichiatra Rosalba Terranova Cecchini, dall’alto della sua lunghissima

esperienza transculturale, ci forniva sempre consigli e stimoli illuminanti per la ricerca.

In primo luogo si trattava di destinare ciascun ricercatore ad uno dei gruppi che avevamo

selezionato: la scelta si è basata su due criteri: da un lato abbiamo tenuto in considerazione la

motivazione, il desiderio, la curiosità e l’interesse che ciascuno aveva per uno specifico settore o

gruppo. D’altro canto però valutai il grado di assonanza, di vicinanza culturale e quasi sentimentale

che ognuno poteva avere con il contesto di ricerca nel quale si fosse trovato a muoversi: da un lato

occorreva che ci fosse la possibilità di entrare facilmente in relazione, di non avere troppa distanza,

in se stessi e nella propria storia, dal gruppo al quale ci si accostava; sul versante opposto però non

volevo neppure che ci fosse troppa identificazione o che addirittura si fosse frequentata in passato la

20 La ricerca era diretta da Fausto Massimini, dell’Istituto di Psicologia della Facoltà Medica dell’Università degli Studi

di Milano e si svolse, a più riprese, negli anni, 1981, 1982 e 1983.

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comunità in questione (come in effetti era avvenuto per alcuni). Alla fine ci fu, con facilità e pieno

consenso, la scelta definitiva, quella che troverete leggendo nei prossimi capitoli le diverse storie.

Il passo successivo fu quello, come si è detto, dell’approfondimento per ciascuno dell’informazione

esistente sul “suo” gruppo.

A quel punto fu ricontattato il tramite, la persona che ci aveva dato inizialmente le prime notizie

sulla comunità: questa figura doveva divenire il mediatore, colui o colei che ci presentava e che

garantiva in un certo senso per noi. L’idea era quella di organizzare un primo incontro di

presentazione di se stessi e della ricerca: questo incontro doveva rappresentare il primo di una serie,

a cui poteva seguire una fase di frequentazione del gruppo e l’inizio di un vero progetto e di

un’alleanza di ricerca. Nella maggior parte dei casi pensai che fosse comunque necessario un primo

rapporto diretto tra me e le persone che si volevano intervistare, specie nel caso che esse fossero dei

membri importanti o dei leader della comunità.

Mi ricordo, in questo senso, il caso degli Elfi. Avevo avuto un contatto attraverso la fotografa, di

cui ho parlato prima, e Oscar il capo della famiglia che abita isolata sulle colline del lago di Garda

che avevano frequentato più volte la comunità. In particolare Oscar era amico di Augusto uno delle

figure storiche degli Elfi e mi diede il suo indirizzo postale. Gli scrissi, spiegando brevemente chi

fossi, che conoscevo Oscar, che avevo fatto ricerca o cooperazione allo sviluppo in salute mentale

tra gli Indiani d’America, in Thailandia, in Nicaragua, in Somalia, che volevo incontrarlo e gli

lasciai il mio numero.

Qualche tempo dopo ricevetti un messaggio sulla mia segreteria telefonica. Augusto mi aspettava a

Avalon, la casa-comunità degli Elfi dove lui vive. Partii quindi con Livia Colle, la ricercatrice che,

se tutto fosse andato bene, si sarebbe poi fermata e avrebbe iniziato la sua frequentazione degli Elfi.

Passai la prima sera con Augusto, aprendomi con lui, parlando dei motivi di studio per cui ero lì, ma

anche delle mie esperienze di ricerca precedenti e parlando anche di me, della mia vita, dei miei

interessi, dei miei sogni. Piano, piano cominciava un rapporto reale e non superficiale che portò

Augusto, silenziosamente, ad accettarci, a permettere a Livia, anch’essa sensibile e attenta in queste

prime fondamentali relazioni con tutti i membri della comunità, di rimanere ad Avalon e di iniziare

la ricerca.

In altri casi invece il contatto tra il singolo ricercatore e i nostri testimoni avvenne direttamente,

sempre però con la presenza di un “mediatore”, una persona conosciuta da entrambi che facesse da ponte tra il ricercatore e i futuri intervistati.

L’intera procedura, nel suo complesso, si rivelò azzeccata ed infatti potemmo in un tempo

relativamente breve iniziare il nostro studio e raccogliere i dati che ora condivideremo con voi.